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1798–1837

Trionfo d'Amore 2

Giacomo Leopardi

Stanco già di mirar, non sazio ancora, Or quinci or quindi mi volgea, guardando Cose ch'a ricordarle è breve l'ora. Giva 'l cor di pensier in pensier, quando

Tutto a se 'l trasser duo ch'a mano a mano Passavan dolcemente ragionando. Mossemi 'l lor leggiadro abito strano, E 'l parlar peregrin, che m'era oscuro,

Ma l'interprete mio mel fece piano. Poi ch'io seppi chi eran, più securo M'accostai lor; che l'un spirito amico Al nostro nome, l'altro era empio e duro.

Fecimi al primo: o Massinissa antico, Per lo tuo Scipione e per costei, Cominciai, non t'incresca quel ch'io dico. Mirommi, e disse: volentier saprei

Chi tu se' innanzi, da poi che sì bene Hai spiati amboduo gli affetti miei. L'esser mio, gli risposi, non sostene Tanto conoscitor; che così lunge

Di poca fiamma gran luce non vene. Ma la tua fama real per tutto aggiunge, E tal che mai non ti vedrà nè vide, Col bel nodo d'amor teco congiunge.

Or dimmi, se colu' in pace vi guide (E mostrai 'l duca lor), che coppia è questa, Che mi par delle cose rare e fide? La lingua tua al mio nome sì presta,

Prova, diss'ei, che 'l sappi per te stesso: Ma dirò per sfogar l'anima mesta. Avendo in quel somm'uom tutto 'l cor messo, Tanto ch'a Lelio ne do vanto appena,

Ovunque fur sue insegne fui lor presso. A lui fortuna fu sempre serena; Ma non già quanto degno era 'l valore, Del qual più ch'altro mai, l'alma ebbe piena.

Poi che l'arme romane a grand'onore Per l'estremo occidente furon sparse, Ivi n'aggiunse e ne congiunse Amore. Nè mai più dolce fiamma in duo cor arse,

Nè sarà, credo: oimè, ma poche notti Fur a tanti desir e brevi e scarse. Indarno a marital giogo condotti; Che del nostro furor scuse non false,

E i legittimi nodi furon rotti. Quel che sol più che tutto il mondo valse, Ne dipartì con sue sante parole; Che de' nostri sospir nulla gli calse.

E benchè fosse onde mi dolse e dole, Pur vidi in lui chiara virtute accesa; Che 'n tutto è orbo chi non vede il sole. Gran giustizia agli amanti è grave offesa:

Però di tanto amico un tal consiglio Fu quasi un scoglio all'amorosa impresa. Padre m'era in onor, in amor figlio, Fratel negli anni; ond'ubbidir convenne,

Ma col cor tristo e con turbato ciglio. Così questa mia cara a morte venne: Che vedendosi giunta in forza altrui, Morir innanzi che servir sostenne.

Ed io del mio dolor ministro fui: Che 'l pregator e i preghi fur sì ardenti, Ch'offesi me per non offender lui; E mandale 'l venen con sì dolenti

Pensier, com'io so bene, ed ella il crede, E tu, se tanto o quanto d'amor senti. Pianto fu il mio di tanta sposa erede: In lei ogni mio ben, ogni speranza

Perder elessi per non perder fede. Ma cerca omai se trovi in questa danza Mirabil cosa; perchè 'l tempo è leve, E più dell'opra che del giorno avanza.

Pien di pietate er'io, pensando il breve Spazio al gran foco di duo tali amanti; Pareami al Sol aver il cor di neve: Quando udii dir su nel passare avanti:

Costui certo per se già non mi spiace; Ma ferma son d'odiarli tutti quanti. Pon, dissi, 'l cor, o Sofonisba, in pace; Che Cartagine tua per le man nostre

Tre volte cadde; ed alla terza giace. Ed ella: altro vogl'io che tu mi mostre: S'Africa pianse, Italia non ne rise: Domandatene pur l'istorie vostre.

Intanto il nostro e suo amico si mise, Sorridendo, con lei nella gran calca; E fur da lor le mie luci divise. Com'uom che per terren dubbio cavalca,

Che va restando ad ogni passo, e guarda, E 'l pensier dell'andar molto diffalca; Così l'andata mia dubbiosa e tarda Facean gli amanti; di che ancor m'aggrada

Saper quanto ciascun e 'n qual foco arda. I' vidi un da man manca fuor di strada, A guisa di chi brami e trovi cosa Onde poi vergognoso e lieto vada,

Donar altrui la sua diletta sposa: O sommo amor, o nova cortesia! Tal ch'ella stessa lieta e vergognosa Parea del cambio: e givansi per via

Parlando insieme de' lor dolci affetti, E sospirando il regno di Soria. Trassimi a quei tre spirti, che ristretti Erano per seguir altro cammino,

E dissi al primo: i' prego che m'aspetti. Ed egli al suon del ragionar latino, Turbato in vista, si ritenne un poco; E poi, del mio voler quasi indovino,

Disse: io Seleuco son, e questi è Antioco Mio figlio, che gran guerra ebbe con voi; Ma ragion contra forza non ha loco. Questa, mia prima, sua donna fu poi;

Che per scamparlo d'amorosa morte Gli diedi; e 'l don fu licito fra noi. Stratonica è 'l suo nome; e nostra sorte, Come vedi, è indivisa; e per tal segno

Si vede il nostro amor tenace e forte. Fu contenta costei lasciarmi il regno, Io 'l mio diletto, e questi la sua vita, Per far via più che se, l'un l'altro degno.

E se non fosse la discreta aita Del fisico gentil, che ben s'accorse, L'età sua in sul fiorir era fornita. Tacendo, amando, quasi a morte corse:

E l'amar forza, e 'l tacer fu virtute; La mia, vera pietà, ch'a lui soccorse. Così disse; e com'uom che voler mute, Col fin delle parole i passi volse,

Ch'appena gli potei render salute. Poi che dagli occhi miei l'ombra si tolse, Rimasi grave, e sospirando andai; Che 'l mio cor dal suo dir non si disciolse;

Infin che mi fu detto: troppo stai In un pensier alle cose diverse; E 'l tempo, ch'è brevissimo ben sai. Non menò tanti armati in Grecia Serse,

Quant'ivi erano amanti ignudi e presi: Tal che l'occhio la vista non sofferse. Vari di lingue e vari di paesi, Tanto che di mille un non seppi 'l nome,

E fanno istoria que' pochi ch'io 'ntesi. Perseo era l'uno, e volli saper come Andromeda gli piacque in Etiopia, Vergine bruna i begli occhi e le chiome.

E quel vano amator che la sua propia Bellezza desiando, fu distrutto; Povero sol per troppo averne copia; Che divenne un bel fior senz'alcun frutto:

E quella che, lui amando, in viva voce, Fecesi 'l corpo un duro sasso asciutto. Ivi quell'altro al mal suo sì veloce Ifi, ch'amando altrui, in odio s'ebbe;

Con più altri dannati a simil croce; Gente cui per amar viver increbbe: Ove raffigurai alcun moderni, Ch'a nominar perduta opra sarebbe.

Quei duo che fece Amor compagni eterni, Alcione e Ceice, in riva al mare Far i lor nidi a' più soavi verni: Lungo costor pensoso Esaco stare,

Cercando Esperia, or sopr'un sasso assiso, Ed or sott'acqua, ed or alto volare: E vidi la crudel figlia di Niso Fuggir volando; e correr Atalanta,

Di tre palle d'or vinta, e d'un bel viso; E seco Ippomenes, che fra cotanta Turba d'amanti e miseri cursori, Sol di vittoria si rallegra e vanta.

Fra questi favolosi e vani amori Vidi Aci e Galatea, che 'n grembo gli era, E Polifemo farne gran romori; Glauco ondeggiar per entro quella schiera,

Senza colei cui sola par che pregi, Nomando un'altra amante acerba e fera; Carmente e Pico, un già de' nostri regi, Or vago augello; e chi di stato il mosse,

Lasciogli 'l nome e 'l real manto e i fregi. Vidi 'l pianto d'Egeria; e 'n vece d'osse Scilla indurarsi in petra aspra ed alpestra, Che del mar siciliano infamia fosse;

E quella che la penna da man destra, Come dogliosa e disperata scriva, E 'l ferro ignudo tien dalla sinestra; Pigmalion con la sua donna viva;

E mille che 'n Castalia ed Aganippe Vidi cantar per l'una e l'altra riva; E d'un pomo beffata al fin Cidippe.

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