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1798–1837

TITANOMACHIA DI ESIODO

Giacomo Leopardi

Disse. Ascoltato il dir lodaro i Numi Donatori de' beni; e più che pria Guerra agognava il cor. Tutti quel giorno Svegliar femmine e maschi immensa zuffa

Gli Dei Titani e i di Saturno usciti E i di sotterra da l'Erebo tratti Per Giove in luce, orribili gagliardi, Di sfolgorata possa. Cento mani

Lor gittavan le spalle, e questo a tutti, E da le spalle a ciaschedun cinquanta Teste nascean su le granate membra. Fronteggiaro i Titani, tramenando

Ne la dogliosa pugna eccelse balze Con le mani robuste. E di rincontro Baldi i Titani ingagliardian le squadre; E di possanza a un tempo opre e di mani

Sfoggiavan questi e quegli. Orrendamente L'interminato ponto reboava, Alto strepeva il suol, gemea squassato L'aperto cielo, e a la divina foga

Da l'imo il vasto tracollava Olimpo. Pervenne al buio 'nferno il poderoso Crollo e 'l sonante scalpitar, lo sconcio De' vigorosi colpi rovinio.

Sì gli uni a gli altri i luttuosi dardi Scagliavansi: e 'l clamor comune al cielo Stellato aggiunse e lo stiparsi. Immani Mettèan grida pugnando. Allor non tenne

Giove più l'ira sua: d'ira colmossi A Giove il cor subitamente. Tutta Pompeggiava sua possa. Iva dal cielo E da l'Olimpo insieme a la distesa

Lampeggiando. Volavan folti ratti Al par col tuono e col baleno i fulmini Da la gagliarda man, sacra volvendo Fiamma. La vital terra divampata

Strepitava a l'intorno, e pel gran foco La foresta latissima crosciava. Bollia tutta la terra e d'Oceàno I flutti, e 'l mare immisurato. Avvolse

I terrestri Titani il caldo fumo; E pervenne al divino aere la vampa Infinita. A' pugnanti ancorchè forti Il corruscar de' fulmini e de' lampi

Abbarbagliava il guardo. Il sovrumano Incendio impigliò 'l Caos. E' di rimpetto Veder con gli occhi, ed ascoltar la voce Con gli orecchi parea. Qual s'incombesse

Sopra la terra il vasto ciel; che tale Darian tremendo fracasso, la terra Sprofondando, e inseguendola da l'alto Il cielo: e tal de la divina mischia

Era il fragore. In un destava il vento Sbattito, polverio, tuon, lampo, ardente Fulmin, saette del gran Giove, e al mezzo Cacciava lo stridor, lo schiamazzio

D'ambe le parti. De l'orrenda zuffa Sorgea 'l trambusto immenso, e de le prove La fortezza apparia. Piegò la pugna. Ambo di pari ne la forte guerra

Fino allor combattuto a fermo piede Avean: ma rinfrescàr l'amara tutta De la battaglia insaziabil Gige E Cotto e Briareo. De la frontiera

Con le robuste man trecento pietre Lanciavan tutta fiata, ed i Titani Di frecce intenebravano, che sotto La vasta terra da lor possa vinti

Gittàr benchè traforti, e con acerbe Catene inferriàr tanto sotterra Quanto da terra il ciel distà, che pari Spazio la terra e 'l negro Erebo parte.

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