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1798–1837

Scena 7

Giacomo Leopardi

È questo, Achilla, il dì, che pace a Roma E libertà, che al vinto Eroe guerriero E gloria ridonar deve e trionfo. Omai, mio fido, della dubbia sorte

Sulle tracce corriam; l’egizie schiere Pronte siano a pugnar. Prima che il sole Nel profondo Ocean tuffi i destrieri, Me forse esso vedrà premere il dorso

Colle vittrici fulminanti spade Al fuggitivo avverso stuol, che scampo Di Cesare nel nome indarno spera. L’opra affrettar convien: fervido in petto

Sento il valor che mi commuove i sensi. Perda il tiranno, empio oppressore, alfine D’invincibile il nome; ei vegga a prova Quanto di Tolomeo possa nel core

La fede, la pietà. Dunque il mio regno, Dunque la eccelsa di Quirin cittade Ad un tiranno impero esser soggetta Ognor dovrà? Dunque atterrito il mondo

Sol di Cesare al nome, a lui d’innanzi Piegar dovrà vile il ginocchio, e farsi Suddito imbelle a un oppressor superbo? Ah no, che ver non fia! cada il tiranno,

O liberi moriam; questi d’un Prence Nato alla gloria e per l’onor nutrito Esser debbono i sensi. Io dunque innanzi A Cesare depor dovrò lo scettro,

Ed il regal diadema? ah, non si soffra Tal’onta. Achilla, a battagliare io volo; Tutto per te disposto or sia. Già l’armi

Indossano i guerrieri: ognuno al campo È a seguirti disposto, ovunque, o prence, Vive scintille di valor, di sdegno Eccitare io cercai; già tutti a gara,

Paga omai resa la diurna fame, Veston gli usberghi, e le fulgenti spade Cingono, e al ferreo rilucente scudo Stendon la destra marzial: ciascuno

Squassa l’aste appuntate, ed il piumoso Splendente elmo crollando, al fiero stuolo, Che d’Alessandria alla rovina anela, Strage, eccidio minaccia, e a te promette

Marzial coraggio e generoso ardire. Non più si tarda. Andiam, mio fido; omai Il regal cocchio ad apprestar ten vola. Impaziente di pugnar io sono;

Vanne, eseguisci i miei comandi, e tutto Disposto e pronto alla battaglia or sia.

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