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1798–1837

Scena 5

Giacomo Leopardi

Oimè! che udii? Dunque Pompeo disegna D’opporsi armato all’inimico stuolo, E del trionfo ancor nutre speranza? Folle speranza! Ah, ch’ella, sol di stragi

Causa sarà, sol di ruine, e solo Di spavento e terror; folle è colui Che contro il fato a cozzar prende. E dove, E in che sperar? Nella difesa forse

Di nostre squadre indebolite e stanche E molli ancora di sudor la fronte? Scorra per ogni lato, ei vegga il pianto In ogni ciglio, in ogni cor la tema.

Qual contro lui si adira e quale il cielo Malvagio accusa, qual non parla e piange, Qual corre, e ove non sa. Come all’estreme Fronde d’arida canna accesa fiamma

Si propaga e si accresce, e appoco appoco In vortici fumanti al ciel s’innalza; Tal lo spavento ovunque scorre, e fatto D’ogni animo signor, confonde e mesce

La città tutta. Ognun di già vicino Teme l’ultimo istante, ognun tremando Corre all’amico amplesso e il crede estremo. Eh qual difesa mai da tali schiere

Sperar puote Pompeo? D’Egitto forse Nella virtude egli confida? Ah! questa Troppo è folle lusinga; e qual dal forte Vittorioso nemico oltraggio o danno

Tolomeo ricevè?... No, mal conosci Del nostro Rege il cuor. Si pugni, e cada Vinto l’Egitto, e che perciò? si serbi

La data fè, de’ benefici suoi Questa a Pompeo mercè si renda: ei vegga Quanto possa Alessandria, e quale alberghi Pietade in questa Reggia: i sensi sono

Questi di Tolomeo. Ma qual del forte Invitto Dittator la possa e l’armi Quale affrontar vorrà? Dunque l’Egitto A un Romano stranier sacrare il sangue

E la vita dovrà? privo di speme Di vittoria e trionfo indarno dunque Ei pugnerà, cadran le genti estinte Per appagar di un insensato il folle

Temerario desio? Deh! ceda alfine, Ceda al destino il roman Duce. Ognuno Il riconosce Eroe; di sua virtude Sparso è dovunque il grido: ah! cessi omai

Di contrastar col fato. Indarno ei spera Di servitù togliere a Roma il giogo. Vinta ella cadde: di Farsaglia i campi Parlan di sue sconfitte; in cielo è fisso;

Quella che serve tante genti rese Serva essa stessa alfin. Tu vanne, amico: Del roman Duce in cuor destar procura Men fieri sensi, ei ceda un giorno e il sangue

Risparmi omai sì vanamente sparso.

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