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1798–1837

Scena 5

Giacomo Leopardi

Amico, hai vinto; d'Ibraim le voci Noti mi fero i tuoi disegni, e in essi Ben ravvisai del tuo gran cuor l'immago; Del tuo fido il parlar trionfa in questa

Incerta mente, che riscossa alfine I suoi dubbj scacciò: fedel compagno Sempre a lato mi avrai ne' tuoi perigli; Questa mia destra, e questo ferro ognora

Pronti saranno al tuo volere. Omai Io più non bramo, o fido amico, indarno Il nostro arcano a te saria nascoso,

M'è noto il tuo valor, perduto avremmo, Tacendo, ogni opra tua; vindice invitto Sarai di libertà, chè troppo, o amico, È a nobil cuor la servitù penosa.

Omai quel tempo giunse, in cui cadranno Infranti i lacci alfin di vil servaggio: De' Maratti lo stuol di già s'appressa A queste mura, e di guerrieri, e d'armi

Al cenno mio cinto vedrai fra poco Il palagio Regal. (Cieli, che ascolto!) Il Monarca ed Amet or or saranno

Ambi preda di morte. E tanto adunque Convien l'impresa accelerare? Or fora

Perigliosa ogni tregua; è breve, il sai, Il popolare ardor, potrìa fra poco Spenta cader delle mie schiere in petto La fiamma, che destar volli pur ora

Ad esse in sen; forse potria l'arcano Trasparir de' nemici a l'occhio attento; Fatal sarebbe ogni ritardo, il vedi, A' miei disegni, e tutto a noi promette

Fausto destin se ne la pronta impresa Senno, e valor s'impieghi. I cenni tuoi Si eseguiscano adunque, ognor vedrai

Questa man, questo ferro a te soggetti. Taci, il Rege s'appressa, egli tra poco Più Rege non sarà.

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