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1798–1837

Scena 4

Giacomo Leopardi

Udisti, amico? Udii, tutto previdi; Ma non però senza difesa e scampo Alessandria sarà. Vano lo sdegno

Noi renderem del vinto Duce; al prode Romano vincitor per noi le porte Schiuse saran, fidi custodi ovunque Disposti all’uopo, dell’egizio Prence

Deludere sapran la vigil cura. D’Alessandria Signor, sol ch’ei lo brami, Sarà fra poco il Dittator guerriero. No, che di tanti mali onde l’Egitto

Minacciato vegg’io, l’aspetto orrendo Sostener non potrei: dunque di tante Genti Signora, generosa e forte Alessandria vedrò, città reina,

Alle spietate edaci fiamme in preda, In cenere ridotta, al suol distesa, Abbattuta, distrutta, e in ogni dove Fatta albergo d’orror, di lutto e morte?

Ah! tolga il ciel tanto spavento! E quale Danno maggior far ci potrebbe, o Numi, Il più spietato, il più crudel nemico? Tu vanne, o Fulvio; al tuo Signor sian noti

Di Teodoro i sensi: ei venga, ei regni Su questo suolo, e a suo talento imperi Su noi, sul mondo e sulle genti tutte. Vivi ei ci serbi sol; questa, sol questa

Mercè di nostra ubbidienza e fede Renda Cesare a noi. Non più; t’intesi, Al Dittator tutto a far noto io volo.

Tra mille schiere egli verrà fra poco De’ tuoi fidi in difesa; io parto, amico. Nulla resta a temer. Tranquillo viva Omai l’Egitto: ah non è già qual credi

Un tiranno crudel Cesare il prode. Farsaglia il dica, e Italia tutta, e Roma; Roma ribelle al Dittatore un giorno, Ora a lui fida ed a Pompeo nemica.

No, non temer: salva Alessandria in breve Per l’opra mia sarà, per le tue cure. Tu qui rimani, e allor che a questi tetti L’aquile altere scorgerai vicine,

Fa’ che ad un cenno tuo pronti i custodi Schiudan le porte al Dittator d’innanzi. Al campo io corro. Tu l’arcano intanto Custodisci geloso; inutil fora,

Mio fido, ogni opra se al nemico sguardo Giungesse a trasparir l’ordito inganno.

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