Prence, già tutto Alla battaglia è pronto; al campo io volo Le schiere infide ad affrontar. Fia questo Il dì fatal, cui di Pompeo la morte,
O la vittoria renderà famoso: Prence, io parto: non più... T’arresta, amico. Di Tolomeo degno è il periglio. Al campo
Le fide schiere io condurrò: fra poco Trionfator delle ribelli squadre, O del nemico al piè pallido, esangue Me rivedrai. Tu queste mura intanto,
Questa reggia difendi e questi tetti; Qui, se il destin de’ mali tuoi non pago Vinta vuol Roma ancor, le fide schiere Raccogli, aduna, del nemico stuolo
All’ira insana il tuo valore opponi; Qui de’ trionfi suoi la meta estrema Ritrovi il fiero vincitor superbo; Qui cada estinto, e l’egiziane arene
Tinga dell’empio sangue, o stretto il piede Da duri ceppi all’ambizione insana Ei ponga fine, e di regnar la folle Speme abbandoni. Al tuo valor commessa
Sia d’Alessandria la salvezza. Io parto; A morir vado o delle schiere avverse A trionfar. No che il periglio, o Prence,
Di te degno non è; no, che il tuo sangue Sparger non dei d’uno straniero Duce I dritti a sostenere; a me commesso Sia le guerriere generose squadre
Condurre a battagliar. La vita, il sangue A Roma io debbo, e potrei dunque allora, Che per me pugnan generose schiere, Che il destino del Lazio incerto pende,
Tra il fulminar delle minaci spade, Tranquillo star fra queste mura, e il brando Cheto mirare al fianco imbelle appeso? Ah ver non sia. Corro a pugnar, l’infido
Duce ribelle e alter di questa destra L’opre vegga, e ne tremi. Ah se pietoso A’ miei disegni arride il ciel, fatale Fia questo giorno all’oppressor tiranno.
Tu qui rimani, o Re, la vita, il sangue All’Egitto tu dei: sii d’Alessandria Tu difensore io pugnerò nel campo. Troppo al tuo regno, al popol tuo fatale
Fora, o Signore, il tuo perir. Pompeo Estinto cada, e che perciò? fecondo Fia di Romani il sangue mio. No, meco Non perirà la libertà latina;
Il feroce Caton, Metello il prode, Anime eccelse e a libertà sol nate, No, non caddero ancor: del sangue mio Essi ritrar sapran vendetta...
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