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1798–1837

Scena 3

Giacomo Leopardi

Per me, Signore, Roma salute e pace oggi t’invia. Degli odi antichi e delle risse atroci Al lungo corso omai brama por fine.

Cessin le stragi, o Re, cessin gli sdegni. Assai, t’è noto, di romano sangue Bebber le greche e le latine arene. Torni la pace omai, con saldi nodi

Di fede e di amistade insiem congiunte Siano le genti tutte, e questa alfine Gloria coroni le romane imprese, Che per coloro sia felice il mondo,

Per cui più vivo arse di guerra il fuoco. Tal di Roma è il desio, tal dell’intero Orbe commosso, che alla pace anela. Ma come oprar se di Pompeo tuttora

Vive lo sdegno e l’ambizione insana, Se armato ancora e da ribelli squadre Cinto e difeso alla vendetta aspira, E stragi sol desia, sol morti e sangue?

Deh tu, che il puoi, tu del superbo Duce Vano rendi lo sdegno: a Roma, al mondo Ridona alfin la sospirata pace: Il brama ognun, Cesare il chiede, e certo

Egli è che, sol del comun ben bramoso. Tu di giustizia e di equità le voci Consulterai, Signor, nè quelle leggi Trasgredirai, quelle incorrotte leggi,

Che sacre ognor furo a’ Monarchi ancora. Grato a Cesare io son, grato pur anco All’opra tua; sol d’equitade i dritti Ognor mi piacque consultar; no, Roma

Nulla tema da me. Vedrà ben presto L’altero vincitor, vedrà se in faccia A mille rischi di sue schiere a fronte Sappia temer l’egiziano Prence.

Di questa spada il balenar fra poco Le sue pupille ferirà. No, questo Non è de’ Galli il suol, nè di Farsaglia Potrà l’altero vincitor feroce

In Alessandria ritrovare il campo. Tremi il ribelle stuol: Roma, il ripeto, Nulla tema da me; sciolta da’ lacci D’infame servitù per me fra poco

Ella sarà, se pur benigno il fato Lieto e propizio a’ miei disegni arride. Vanne... Signor, perdona, ah! questa dunque

Risposta al Dittator recar degg’io? Impaziente egli dall’armi cinto Tra mille schiere e mille duci invitti Il mio ritorno attende: ah questo fia

Della ruina d’Alessandria il segno! Deh ti commuovi, o Re: se nulla apprezzi La tua vita, il tuo sangue, ascolta almeno Del popol tuo le meste voci e il pianto.

Cedi, o Prence, al destino; il vinto Duce Abbastanza pugnò: dunque non mai L’avida brama di battaglie e sangue Paga di esso sarà? Deh! cessi alfine

Il suo furore insano... Intesi assai: Non più. Ritorna al tuo Signore, a lui Fa’ noti i sensi miei. Sì, grato, il dissi,

A Cesare son io, ma i dritti ognora D’amistà rispettai. No, quella pace, Ch’offre all’Egitto il vincitor Romano, Di me degna non è; tranquillo il mondo

Fia solo allor che d’equitade i dritti Rispettati saran. Non odio o sdegno, Di vendetta desio, di sangue e stragi Me non spinge a pugnar: la fè, le sacre

Voci sol di giustizia a me la destra Arman del ferro a sostenere eletto Di libertà, del vinto Duce i dritti. Vanne, ritorna al campo: il fier tiranno

Muova all’assalto, e ferro ed armi e faci In opra ponga ad atterrir le schiere Fide all’egitto e al vinto Duce: immoto Tolomeo resterà; sol quando il ferro

Avrà l’altero vincitore immerso In questo petto, egli potrà sicuro D’Alessandria Signor farsi e di Roma.

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