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1798–1837

Scena 2

Giacomo Leopardi

Oh quanto Io godo, amico, in rivederti alfine, Dopo sì grave lontananza e tante Aspre vicende e impreveduti eventi.

Già ti conobbi in riva al Tebro un giorno, E appoco appoco in noi crebbe l’affetto All’avvanzar degli anni, alfin ci volle Disgiunti il fato, te di Roma il suolo

Possiede ancor, me dell’Egitto il regno Trasse il destino ad abitare. Eh quale Ventura in Alessandria or te condusse? Eh qual te, fido amico, il patrio tetto

Strinse ad abbandonar? Compagno a mille Prodi guerrieri, le paterne mura Con la tenda marzial cangiar mi piacque.

Sfidare in campo le nemiche schiere, Dar di fiero valor non dubbie prove Fu mio desio. Già brama tal mi punse Sin dai verd’anni; d’una spada il lampo,

Il balenar di un rilucente scudo Di marzial valor vive scintille Destavanmi nel cuor. Cedetti alfine Al fervido desio, men corsi al campo.

Quivi al fragor delle guerriere pugne S’accrebbe il mio valore: abile appena A sostener fui d’una spada il peso, Di Cesare seguii l’armi e la sorte

Contro i Galli pugnai, me di Farsaglia Vide il campo guerrier, nel giorno in cui Dal nemico valor sconfitto e vinto Cadde il fiero Pompeo; qua venni alfine,

L’orme seguendo del Romano Duce, Del vinto stuolo in traccia; egli m’invia All’egiziano Re nunzio di pace. Sol che renda Pompeo, sol che le vinte

Schiere abbandoni al fato avverso in braccio, Nulla tema da noi; tranquillo e lieto Viva l’Egitto: al Campidoglio in breve Farà ritorno il vincitor guerriero.

Ma s’egli... Ah! taci, amico: assai compresi, Tutto previddi, e dell’egizio Prence La mente invano guadagnar cercai.

Guerra egli brama, e guerra sol desia Il fuggitivo Duce. Or tu con arte Mostrar sappi i perigli al Rege insano, Pingi del fiero Dittator lo sdegno,

Della guerra i tumulti e le vicende Orribili di Marte.. Egli si appressa; Nulla in obblio porrò: minacce e preghi

Tutto impiegar saprò.

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