Ah quale, amico, a questo regno, a questa Città regal periglio è sopra! il forte De’ Galli domator, Cesare invitto, Su Roma impera e detta leggi al mondo:
Ei vincitor là di Farsaglia al campo Trionfante mirò le schiere avverse Volgere il tergo a vil terrore in preda. Abbandonato, intimorito, errante
Sen fugge il gran Pompeo, qua volge i passi, Qui cerca asilo, e qui sarà fra poco Supplice e mesto al regio piè: l’insegue Il fiero vincitor, desia vendetta;
Non la vuol che dall’armi, e queste mura Cinte in breve vedrai da squadre ostili, Se al vinto presterem soccorso, aita. Or che mai far dobbiam? rispinger forse
Lungi da noi la supplichevol turba? Forse accoglierla amici, ed infra queste Mura ad essa apprestar sicuro asilo? Odioso al mondo tutto, odioso ai Numi
Il rifiuto sarà, sarà funesto Il ricettarla, che su noi lo sdegno Trarrà del forte vincitor guerriero. Parla or dunque, consiglia: eh, qual potremo
Via rinvenir, per cui serbar la pace Tra queste mura, in questo regno, e salvo Render l’Egitto? Ascolta; a noi di troppo
Periglioso saria l’aver nimico Cesare e Roma; l’Universo trema Al nome tal, nè temerà l’Egitto? Dunque da noi scacciar lungi dovremo
La supplichevol turba, e in truce aspetto I suoi pianti sprezzar, sprezzar le grida? No; del vinto Pompeo l’atroce sdegno Potriaci un giorno esser funesto; il fato
È volubile, il sai; forse la sorte Un dì vorria, volta l’instabil ruota, Cesare oppresso, e vincitor Pompeo. Che dunque oprar dovrem? Fallace aspetto
Ora vestir conviene; il vinto stuolo Da noi si accolga, e in Alessandria trovi Simulata pietà, mentita fede. Del Dittatore ad evitar lo sdegno,
Cada Pompeo per nostra man trafitto; L’estinta salma ei veda; il suo nemico, Prosteso a’ piedi suoi, lordi di sangue Questo suol, queste mura. Omai si franga
Delle moleste, inopportune leggi La catena servil, sprezzinsi i dritti Della fede ospitale; unica via Questa è di scampo al minacciato Egitto.
I tuoi consigli approvo; altronde invano Salute cercheremmo; a noi sol puote Scampo arrecar del vinto duce il fato. S’armin dunque le turbe; al rege imbelle
Celar conviene il meditato inganno. In giovin cuore, il sai, troppo degli avi Puote l’esempio; a’ miei disegni opporsi Egli potria, potria pur anco il folle
Quanto debba l’Egitto al vinto Duce Rammentare in mal punto: in petto adunque A te si celi la tramata frode. Vanne: Alessandria omai per le tue cure
Tra il comune terror viva tranquilla; Tu ne assicura libertade e pace. Di armati e d’armi questa reggia or cingi; Forse potria la fuggitiva turba
Meditar qualche inganno, e qui raccolti E spirti e forze, ad improvviso assalto Muover furente, e d’Alessandria alfine Con nero inganno reo farsi signora.
Tu i guerrieri disponi; in ogni dove Salda presenti ed inconcussa fronte Questa regal cittade ad ogni ostile Perfido agguato, ad ogni ascosa trama.
Vanne: di Egitto in te la speme è posta. Quanto m’imponi eseguirò; ben presto Veder potrai tranquillo il popol tutto. Alessandria sicura, il regno in salvo...
Che miro, o ciel!... Pompeo s’innoltra.
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