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1798–1837

Scena 1

Giacomo Leopardi

Ah no, mio fido, del mio cuore oppresso L'affanno mitigar tu cerchi invano; Il mio regno cadrà, troppo di forze Manca, e d'ardire il popolo smarrito:

In quel funesto dì, che d'armi vide Cinto e d'armati Koulikam feroce Trionfar vittorioso, e dure leggi Imporre al popol mio sconfitto e vinto.

Vacillò questo trono, in fronte mia Tremò, si scosse la regal corona, E l'onta, e il danno ne risente ancora. Tutto geme il Mogol; piange la Sposa

Il perduto consorte, orfano cerca Il fanciullo infelice il caro Padre; Manca aratore al suol, guerriero al campo; E qual presidio, o Numi, e qual difesa

De' Maratti al valor, del cielo all'ira Oppor possiam? Pur non è si funesta Del tuo regno la sorte, armate schiere

Fremer vedi in Delly, battaglie, e sangue Sospirare, anelar; picciolo è vero È il numero de' tuoi, ma troppo ad essi Cede ne l'opre di ladroni imbelli

Lo stuol confuso, a lui ruina e morte L'esercito minaccia, al suo valore Sol si ricerca un duce. Or vanne adunque,

Di prode condottier e gli uffici adempi, Delle mie schiere a te consegno il freno, A te mio fido, tu le reggi, e sappi Gli animi avvalorar, lo sdegno accendi;

Del gran Timur, di Tamerlan feroce Lor rammenta il valor, l'opre ricorda Del forte Aurang, che tanti regni, e tanti Popoli unì del nostro scettro al vasto

Possente impero; del mio soglio infine La difesa tu sii, te miri, e tremi In mezzo a l'armi la nemica turba.

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