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1798–1837

Sansone

Giacomo Leopardi

Il forte braccio di Sanson invitto Sciolse più volte, e infranse i lacci ostili, E fè del sommo Onnipotente Nume Contro il fier Filisteo l'aspra vendetta.

Invan fu stretto con robusti lacci Dall'inimico popolo superbo; Che steso già per opra sua, di sangue Il terreno inaffiò; sparsi pel campo

E teschi, ed ossa fur veduti, e corpi, E sotto i forti risuonanti colpi De' Filistei scrosciarono le membra. Invan di Gaza dentro l'alte mura

Ei fu rinchiuso; col possente braccio Alzò di questa le pesanti porte, E su' d'alpestre, inabitata rupe Con piè veloce trasportolle ardito.

Ma il forte, ed il terror del Filisteo, Il vincitor di mille schiere, e mille Che l'urto non temè d'armati immensi, Fermo non resta innanzi a donna imbelle,

Nè i lusinghieri vezzi egli sostiene. Invan procura di schivarla, e altrove Rivolge i detti, ci cede, e alfin di bocca Il secreto fatal, incauto gli esce:

Ho nella chioma la fortezza: ah misero! Detto fatal, funesto detto! Invano Però n'esulti incantatrice donna, Che per esso vedrai la tua ruina.

Stendeva l'ali di Sanson sui lumi Placido il sonno, ed ci giacea sicuro. Lieta la donna al letto suo s'appressa, Con empia man la chioma gli recide.

Lieta la turba Filistea concorre, Il lor terrore in esso ognun ravvisa, E applaude all'empia, traditrice donna. Ambe le luci dalla fronte al misero

Tolgon color con empietade orrenda: Carcere oscuro gli destinan poi, Ed ivi a forza è tratto; umile ufficio Occupa l'ore dell'Ebreo possente.

Alta mole s'innalza al falso Nume Dagone eretta, e quivi il Filisteo Popolo si raduna; a lieta mensa Ognun si asside innanzi al falso Dio.

Sansone ancor viene agl'insulti esposto Della nemica, ed esultante turba. In parte oscura egli rimane intanto. Già s'alza un grido, già d'insulti echeggia

Del Nume il tempio, e risuonar le volte S'odon, e un lieto fragorìo s'innalza. Palma, a palma battuta, ed alte risa Scuopron l'interna contentezza, e gioja

D'essere dall'Ebreo liberi alfine. Simile all'onde dell'immenso mare, Allorchè dal furioso Austro eccitate Alzano a guisa di montagne l'acque;

A lui freme nel sen lo sdegno atroce. Quando egli sente alzarsi a lui vicine L'alte colonne di marmorea pietra, Che la mole sostengono; allor mossa

La dubbia mano egli le scuote; crolla L'alto delubro. Strida orrende ovunque S'odono, e d'alto piombano i macigni. Come allorquando dal montano sasso

Rapido scende il furibondo fiume, E i boschi atterra, e le chiomate quercie: Così piombar si vedono i marmorei Tronchi, e le pietre, ed i macigni infranti.

Cade oppressa la turba, ancor Sansone Soccombe, ed il fatal detto rammenta.

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