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1798–1837

Notte III

Giacomo Leopardi

Il plumbeo scettro umor leteo stillante, Intorno a cui le fosche penne scuote Il tacito sopor, la turba alata D'ingannevoli sogni; in alto soglio

Assisa stando distendea sul mondo L'oscura notte; al suo voler son pronte Le tenebre, che intorno al nero trono Corona fanno, e co l'immenso velo

De l'ali stese il luminoso olimpo Tolgon dagli occhi de la bassa terra, E sol fra penna, e penna incerto penetra Di Cinzia lo splendore ovver degli astri

Il tremolante luccicar dubbioso. Ma ancor non pago, e d'ascoltar bramando Del Romuleo valor le prove, e l'opre; Il passo io volsi al tenebroso speco

Cupo ricetto de' trofei del tempo. Ivi giacente io rimanea sul suolo Posando il fianco in su le nere tombe, Fra speranza, e timor, spesso dal sonno

Chiusi gravato il ciglio, e spesso attento Il sopor discacciai, ma oppresso alfine Da soave violenza, e da languente Letargo soporifero, che dolce

Per le membra serpea, placido, e lento Vinse alfine il sopor, lo stanco corpo Oppresso giacque a cieco oblìo nel seno. Ma scosse intorno a me le fosche piume

L'errante, e ingannator sogno fugace, E d'ombre, e larve m'ingombrò la mente, E sovra le pupille ambi posando Gli adunchi artigli, e co le nere penne

Cuoprendo il volto, d'ingannosa immago L'alma adombrò. De la cittade a fronte Rival di Roma, e che contese il soglio Del fier Quirino a la magion superba

Mirar mi parve le Romane squadre Schierate intorno de le ferree lancie Ispida selva alzando, in sul veloce Destriero assiso l'Emilian correa

Da schiera, a schiera con in man nudato Il rilucente acciaro, a cenni suoi Testuggin folta de le mura appiedi Fanno i guerrieri, sovra il capo alzando

Gli uniti scudi, e declinando ognora Di questi il piano ognun s'incurva, e alfine Piegan gli estremi le ginocchia a terra. Sotto del ferreo tetto altri frattanto

Col forte ariete le ferrate porte Percuotono feroci, ed altri in terra Poggian le scale, e col nudato acciaro Salgon le mura, ma da' l'alto intanto

E pietre, e massi, e acuti strali, e freccie Scaglia il Numida, ai rimbombanti colpi Dei lanciati macigni, e spade, ed aste Volano in pezzi, e si curvar gli scudi

Ai forti colpi: il faticoso fabbro Così talor su l'infuocata incude Martella, e pesta al suo voler restìo Il duro ferro, che ai suonanti e spessi

Colpi incessanti alfin cede, e s'incurva Sotto la destra, che il percuote e piega. Fuvvi una torre di macigni, e pietre Alto–costrutta, e di pesante mole

Imitatrice de' cipressi alteri Degli alti faggi, o de l'ombrose quercie. Intorno a questa faticosi stanno I feroci Affricani, e ferri, ed aste

Pongono in opra; alfin cede al lavoro La torre altera, e ruinosa piomba Su le Romane genti, a l'urto orrendo Cadon le scale, e scudi, e usberghi, ed elmi

Vanno sossopra, in mille scheggie infrante Son l'armi de' Romani, uccisi, e pesti Cadon sepolti fra ruine, e pietre I feroci guerrieri, e n'è sconvolta

La testuggin ferrata, e tutto sembra Cedere a l'urto de la mole immensa. Ma tosto accorron le Romane schiere, Nuove scale apprestar, nuovi guerrieri

Salgon le mura, ma più fieri, e ardenti Son gli Affricani, e invan lo scudo opponsi A riparare del Numida i colpi, Cadon di nuovo, e di funesto sangue

Bruttan l'arena, ma percosse intanto Cedon le porte agl'incessanti colpi De l'ariete fatal, cadon le sbarre, Spezzansi i ferri, e l'enee porte alfine

Percuotono il terren con suono orrendo: La testuggin si aprì, libero il passo Ai Romani lasciò, snudan le spade I feroci guerrieri, e con la destra

Ruotan l'acciar, con la sinistra ardenti Recan le faci, e su l'opposte turme Si scagliano furenti; a un cenno solo Volano a mille le fiammanti tede,

E legna, ed esca ognuno al fuoco appresta, Arde già la città, cresce la fiamma Fra il pianto femminil fra l'urlo orrendo De' feroci Numidi, avvampa intanto

Il fuoco distruttor, consuma, ed arde Quanto a lui si presenta, e i freddi massi Lambe, e annerisce: e in polve, e cener tutto Riduce, ed arde la cittade intera,

Quella città, che paventar già fece La sorte istessa a la superba Roma, Ed ora al suolo egual sol mostra intorno La sparsa polve; una solinga fiamma

N'esce di tratto in tratto, e tutto addita La distrutta città del fier Numida. Ma tosto il sogno abbandonò fugace L'alma adombrata; io mi destai, confuso

Sorgo dal suolo, ed una voce ascolto Uscir da le marmoree, oscure tombe. «Ingannato non fosti, i sensi tuoi Nò non errar de le Romane schiere

Conoscesti il valor, tutto mirasti Il Romuleo coraggio, e del Numida La ruina vedesti». Il nero speco Riguardo intorno, e nulla miro; alfine

Attonito sortii da l'antro cupo, Qual chi colpito da strisciante folgore Vive, e la vita sua conosce appena.

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