Volvea la notte in sul tacente cocchio La metà del suo corso, e già volgea A l'antro tenebroso incerto il passo, Onde mirare alfin d'Affrica altera
Vinte le squadre, e del nemico il piede Baciar prostrate, e vittoriosa, e forte Sorrider Roma al lor dolore in faccia. Mentre nel tenebroso, oscuro speco
Rimango ansioso, e rimirar desìo Opra, e lavoro di fedel pennello Le sanguinose pugne, e i dubbj eventi De l'aspre guerre, ed il Roman valore
Ecco che tosto un improvviso lampo Le tenebre scacciò de l'antro cupo Indi al fulgor d'innaspettata luce Aprirsi miro i tenebrosi avelli,
E uscir da questi una guerriera larva, Che co la destra sostenea feroce L'asta temuta, che tremar già fece L'alta Cartago; a la sinistra appeso
Reggea lo scudo, che di Roma altera Difese il soglio, e l'impeto sostenne De l'Affricane freccie, e opposto ad esse Impallidir già fè le avverse turme:
Pendea dal fianco il sanguinoso acciaro A l'aspetto, di cui volsero il tergo Gli eserciti nemici, al di cui lampo Terse Roma dal ciglio il mesto pianto,
Per cui più gonfio scorse il Tebro altero, E il capo alzò di maestade in segno: Di triplicato ferro il fiero petto Spirante ancor di coraggiosa forza
Io vidi cinto, e di marzial costanza Le note ravvisai nel chiaro volto. A l'aspetto benigno, al fier valore, A l'armi, onde tremò l'altier Numida
L'Eroe conobbi, il difensor di Roma, Che in Affrica chiamò quel Duce fiero, Che morte, e strage a l'Itale contrade Minacciava feroce, e al teso laccio
Fè l'Aquile cader, che gli alti monti, E l'alpi algenti, ed i nevosi gioghi Potè già sorpassare, e d'armi cinse La superba città del fier Quirino.
Tosto, che Scipio rimirar potei Insolito pallor mi tinse il volto, E fra lieto, e tremante a lui rivolsi Le dubbiose parole «o germe illustre
Di nobil sangue, e di marzial valore Benigno allievo, e qual felice sorte Mi spinse a rimirar quel forte volto, Che l'aspetto sprezzò de l'armi avverse,
E quella destra, che il tagliente ferro Ruotò feroce, e di nemico sangue Il terreno inaffiò? Dir non ti spiaccia Qual fosse il tuo valor, quanto ti debba
La città di Quirin, che in alto soglio Siede, e grandeggia; di tue forti imprese Dubbia è la fama, e l'Universo intero Ne parla è ver, ma con incerte voci»
Scipione allor con maestoso aspetto Così s'espresse «e chi sei tu che cerchi De l'opre mie saper gl'incerti eventi?» Annibale fuggì; Roma già vinse,
Ma non dal braccio mio sol fu sconfitto: Il saggio Dittator scudo, e difesa Fu di Quirino, e pel Cannese eccidio, Ove Annibal già vinse il mesto pianto
Terse dagli occhi del Roman guerriero. Tremar le squadre al fulminante aspetto Del Console marzial, cadde egli è vero, Ma sol cadde da Eroe, da mille, e mille
Cinto d'intorno egli pugnò, ma vinse De l'Affrican la frode: Alfin sconfitto Cadde il Numida ancor, ma non fu tutta Mia la vittoria, essi pugnaro in pria.
Ma poichè brami udir come il superbo Annibale cedesse al fier Quirino, Taci, e m'ascolta. Dal guerrier Numida Oppresso un dì già fu d'Iberia il suolo,
Suol, che de l'armi del Roman feroce Fu preda in pria, ma con falangi, e schiere L'Affrican s'avvanzò, vinto, e tremante Fuggì di Roma il discacciato augello,
E fra trofei regnò su d'esso il fiero Duce Numida la superba fronte Cinto di verdi, trionfanti allori. Nuova Cartago ivi si ergea; fu questa
Del furor di Quirin, de l'armi avverse Il bersaglio primier, destrieri, e fanti Cingon d'intorno la cittade altera: Veleggia intanto, e per l'oceano scorre
Flotta veloce, e a le nemiche genti L'adito chiude a sostener la vita. Fremon le turbe, e ad assalir son pronte, E d'aste armate, e de l'opposto scudo
Doppio schermo facendo ai ferrei strali, Ai vasti massi a le lanciate pietre Salgon la cima, e sovra l'alte mura Schierate intorno di echeggianti grida
Risuonar fanno le contrade, e intanto Cedono a l'urto le ferrate sbarre, Stridon le porte, e con rimbombo orrendo I ferti si spezzar, tosto furenti
Sboccan le squadre minacciose in volto Reggendo in man le fulminanti spade: S'arretrano i nemici, e tutto cede Al Romano valor, vinte le turme,
Rotte, e disperse le falangi, e schiere, Armi abbattute, rovesciate insegne, Spezzati scudi, aste, e cimieri infranti Ricuoprono il terren «Cartago è vinta»
Gridan le schiere in trionfante aspetto: «Cartago è vinta, e di Quirino al cenno Soggetto esser dovrà d'Iberia il suolo» Lutto, squallor ne la cittade regna,
Scorre il sangue nemico, e tutte alfine Cedon le turme del Romano a l'urto. Ma tosto a l'Affricane, ampie regioni Volgono il corso le rostrate navi:
Trema Cartago, e ad Annibal feroce Tornar comanda a le paterne mura, Onde da l'armi del Roman guerriero L'Affrica liberar; mesto, e sdegnoso
Parte il Numida a la città di Roma Lancia uno sguardo minaccioso, e freme. Siface intanto, e di Gisgone il germe L'armi provar de le Romulee squadre.
Ma tosto al campo il fuggitivo corso Volser tremanti: di Quirin lo sdegno Non schivaron però; ne l'atra notte Mentre nel sonno immerso ognun giacea
Cingono il campo le Romane schiere Ardenti faci sostenendo, e tosto Fiato danno a le trombe, ed i suonanti Timpani si percuotono, si scagliano
L'ignite tede, urli echeggianti gettano I Romani guerrieri; alfin si destano L'avverse turme, spaventate volgono Il guardo intorno, e le notturne tenebre
Da lucido fulgor miran disperse, E cinto il campo da nemiche squadre; Corrono a l'armi, ma la fiamma ardente Destrieri, e fanti uccide, il nero fumo
Altri soffoca, ed abbronzato ognuno Fugge, ma il passo chiude il campo acceso Fra l'armi di Quirin; grido di gioja Manda il Romano a quella vista; indarno
Gettan su le funeste, orride fiamme I nemici guerrieri il fresco umore A torrenti, ed a fiumi; invan, che troppo Il fuoco cresce e si raddoppia, e tutto
Consuma, ed arde, incenerisce, e atterra. Ma giunse alfine desiato, e chiesto, Giunse Anniballe qual propizia stella, Che fra l'orror di torbida tempesta
Si presenta al nocchier: trema Cartago Il vede, e il sa; pace domanda, e tregua, Ma tutto invan. Feroce, aspra battaglia Si determina alfine. Il sole appena
Spunta sul cielo, ed i corsieri ardenti Spinge a indorar le sottoposte valli, E gli alti monti, e le colline apriche; Escono in campo le feroci squadre,
Ondeggiano i cimieri, e spade, ed aste, E forti scudi, e rilucenti usberghi Tutto inspira valor, fremon le schiere, E s'ode già de' combattenti il grido.
Risuonano le spade, i cavi scudi Rimbombano, ed echeggia agli urli orrendi Il vasto campo; ora si arretra e cede Il Romano guerriero, ed or si arresta
Il feroce Affrican, volano i dardi, S'urtano l'aste, ma dubbiosa pende La bramata vittoria; alfin frementi Si scagliano i Romani, orrore e morte
Seguono i passi lor; cede il Numida; Vince Quirino, rivolgendo il tergo Fuggon le schiere, ed il terror gl'impenna Il piè veloce, ammonticchiati i corpi
Giaccion sul campo, e sovra questi siede Morte feroce, la tagliente falce Sua mano impugna, e lo spolpato teschio, E l'ossa ignude un nero, orrido sangue
Goccian sul suolo, e stanca ancor non sembra». Così dicea, ma dal nebbioso soglio Scendea la notte, il tenebroso manto Svanìa percosso dal fulgor febeo:
Lo spettro si perdè, nasceva il giorno Quando fisso il pensiero a ciò che viddi Uscìa dal cupo, cavernoso speco.
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