Era la notte: in tenebrìo profondo Giacea la terra, ed il sopor vagava In man tenendo la stillante verga, E al braccio appesi entro viminea cesta
De' chiusi sogni gl'ingannosi errori. In antro oscuro fra le antiche tombe De gli avi estinti, e fra la cener fredda, E l'ossa ignude, ed i spolpati teschj,
Trofeo feral de la nemica morte Steso io giacea: pallide larve, e mute M'ingombravan la mente, e un freddo gelo Mi scorrea per le membra; Orror, rispetto
Le sparse nel mirar ceneri sacre Il pensier m'opprimean: balzo, e tremante Cerco l'uscita, onde il funesto luogo Abbandonar, fra le tenebre oscure
Avanzo palpitante il piè dubbioso. Quand'ecco tosto da improvisa luce Rotte son l'ombre de la mesta notte, Luce raggiante, che d'intorno splende,
E le pupille col fulgor percuote. Gelo... mi arresto... e co le mani incerte Agli occhi offesi un doppio velo io faccio. Dubbioso, palpitante appoco appoco
Schiudo le dita, e pei frapposti fori Rimiro intorno: innorridisco, e tremo. Ma da le nere, tenebrose tombe Voce suonante mi ferì l'orecchio;
«Mira, che temi? le gloriose imprese Mira de gli avi» ed in quel tempo istesso Dal cupo avello escir vidi una larva, Che in man tenendo la fulminea spada,
E la ferrea visiera alzando, intorno Girò benigno il guardo, e tosto sparve. Incerto ancor la tremolante destra Tolgo da le pupille, e volgo intorno
Gli occhi dubbiosi, e fra le ardenti faci Miro su' tesa tela alle annerite, Ampie pareti appese i dubbj eventi De l'Affricane sanguinose pugne
Descritti, e pinti da fedel pennello; E i mari, e le ferrate, erranti navi, E l'aste, e l'armi, e le lucenti spade. Mi appresso a questa, e in quell'istante ascolto
Una voce sortir dai muti avelli: «Scrivi quel, che vedrai, mostra gli alteri Allori verdeggianti, onde fur cinte Le fronti a quei, che l'Affricane squadre
Fugar potero, e le lor glorie mira» Mi accingo tosto con ansiosi sguardi La serie a rimirar de l'aspre guerre; E vedo in pria sulla rostrata nave
Amilcare salir, giovane imberbe, Che posta a l'elsa la fulminea destra Il capo crolla, e di Quirin minaccia L'alta città, già cento squadre, e cento
Veggo pronte a' suoi cenni alzar bandiere Nudar le spade, e sopra i forti scudi Batter gli acciari di fierezza in segno Da l'altra parte le spiegate vele
Già gonfie miro, e là da l'alte mura Stender le braccia, e lagrimare insieme De' feroci guerrier le madri afflitte, Le meste mogli, e i sconsolati padri.
Veggio grondar sopra corazze, e usberghi Stille spremute dal dolor paterno: Ma già solcare il mar le navi miro Spumare i flutti, ed agitate l'acque
Scorrere ognor. Le Siciliane sponde Veggo dipoi, cui già stendon le braccia Gli Affricani furenti, e già le insegne Scuotono al vento, e la nemica arena
Premon col piè; la ferrea messe io miro D'armi ammucchiate, e grandeggiar fra tutti Il Duce fiero, che solleva in alto L'ignudo acciaro, e per le turme scorre
Ad animare i coraggiosi petti, E aggiunger nuova lena al lor valore. Altrove il guardo volgo, e miro accesa La sanguinosa pugna, alto–volare
Vedo le freccie, e quale ispida selva Affoltati sui scudi alati dardi: Veggo inseguir con abbassata lancia Vittrici turme le Romane squadre,
E il Romuleo valor vinto giacere. Già miro là le Siciliane terre De l'Affrican vittorioso in preda, E sovra il campo d'ogn'intorno sparsi
Aridi teschj, ed ossa, e nero sangue, E su' d'amena collinetta, aprica Innalzato il trofeo d'Aquile vinte, Di forti scudi, e di nudate spade
Fra gli elmi, e l'aste, e le corazze, e usberghi. Quì sul gelido marmo, in trionfanti, Superbe note, quì scolpito io miro = Roma fu vinta dal guerrier Numida =
Ma già la fama al cielo alzare il volo Veggo, e recare in su le penne scritte L'ingiuriose parole, e Roma intanto Batte il suolo col piè freme, e si adira.
Veggo tosto partir da l'alte mura Del Consolar fregiato, antico onore Lutazio cinto da sdegnose schiere: Precedono i suoi passi in man recando
Taglienti scuri, ed onorati fasci I temuti littori, intorno ad essi Scuoton furenti le veloci penne L'Aquile altere; già le navi in grembo
Portando le Romane irate turbe Solcano il mar: la Libertà latina Da l'alte mura i figli suoi riguarda: Fuggon le navi, ed al soffiar de' venti
Toccan la meta, e del nemico piede Stampano l'orma su l'incolta arena. Già ne l'Egate terre intorno cinte Da lo spumoso pelago vorace
Si battono le navi; udir rassembra Il nautico clamor, già remi, e vele Galleggiano su l'onde, e già sommerse Cadon le navi, ed i guerrieri insieme:
Soggiace l'Affrican; Lutazio vince. Mentre rimiro con pupille attente Le dubbie pugne, e le vittrici schiere, E le sconfitte, ed atterrate squadre;
Sorgendo il sol da lo stellato olimpo Gli astri fugato avea; tutto ad un tratto Si estinguono le faci, io l'antro oscuro Brancolando abbandono, e il sol nascente
Torno a mirar da le tenebre opache Del nero speco rivolgendo i passi.
Cookies on Poetry Cove