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1798–1837

LXXXVIII – Graziani

Giacomo Leopardi

Dove l'alta Pirene al ciel confina, E le fiamme del Sol tempra col gelo, Giace una valle, a cui la bruma alpina Tesse d'aspro cristallo orrido velo.

Primavera non mai qui s'avvicina, Qui non mai pura l'aria, e chiaro il cielo; Ma con dubbio splendor nubi interrotte Danno in lume di giorno ombra di notte.

L'ispido verno e la deserta valle Lega i ruscelli, ed incatena i fonti; E l'elci annose incurvano le spalle A sostener d'antiche nevi i monti.

Offrono al peregrin lubrico calle L'acque, fatte a lor stesse argini e ponti: Trema il piè di chi mira, e par che tardo Fra sì rigidi oggetti agghiacci il guardo.

Non trascorrono mai le piagge algenti, Se non smarriti, i timidi pastori; Né mai rompono augei, turbano armenti Il profondo silenzio a i cupi orrori.

Rapaci belve, orribili serpenti Son de la cieca valle abitatori; E si odono fra i boschi e fra le rupi Fischiare i draghi, ed ululare i lupi.

Rotto in più balze un dirupato sasso Circondata di spine apre una grotta. Terribil sì, ch'altri tentar col passo Non osa il varco, ove mai sempre annotta.

Ma crede ognun ch'indi si cali al basso Regno d'Averno, e ch'ivi sia ridotta La schiera de l'Eumenidi spietate, Per condurre a Pluton l'alme dannate.

Molti giurar (sieno bugiardi, o sia Il timor che per vero il falso mostri) Che visto avean per quell'orribil via Uscire e ritornar le Furie e i mostri:

Disser che sospirar quinci si udia Il vulgo condannato a i neri chiostri, E Cerbero latrar, fremer Caronte, E gorgogliar de la gran Stige il fonte.

Vive morta a i piaceri in questo speco Una donna, una Furia, anzi una morte; Ch'ha pestifero fiato, e guardo bieco, Crespa fronte, atra bocca, e guance smorte:

Intrecciano i capei, con ordin cieco, Di varie serpi orribili ritorte; E, strisciando per gli omeri, contrasta La vipera, il chelidro e la cerasta.

Di sembiante deforme, e d'anni antica, Nacque di cieco padre occhiuta figlia: E pur figlia d'Amor, d'Amor nemica, Per eccesso d'amor l'Odio simiglia.

Cerca il suo male, e 'l suo dolor nutrica; Non approva e non vuol quel che consiglia; Non vuol che si ami, e va sol dove si ama; D'ombre si pasce; e Gelosia si chiama;

Nulla ardisce, assai pensa, e tutto tenta; Tutt'ode, troppo mira, e troppo crede: Una larva l'affligge e la spaventa: Non si appaga del vero, e sempre il chiede;

Accusa insieme e scusa; e si tormenta De l'altrui ben; dà fede, e non ha fede; Arde ed agghiaccia, e sempre in se discorda; Cent'occhi ha cieca, e cent'orecchie ha sorda.

Quivi intorno il Pensier tacito vaga, E i suoi vani sospetti offre a la mente, E le menzogne adorna, e in lor si appaga. Condanna il vero e la ragion non sente.

Quivi geme il Timor; quivi s'impiaga La Discordia la man col proprio dente; Quivi la bieca Invidia il cor si rode; Quivi l'Error, lo Scandalo e la Frode.

Pallido batte il Pentimento il seno; Macilente il Dolor piange e sospira; E lo Sdegno, di rabbia e d'odio pieno, Vibra la spada, e la facella aggira.

Colmo il bicchier d'acheronteo veneno Folle Disperazion lieta rimira. Essa il tosco prepara, essa lo piglia. Questa de l'empia vecchia è la famiglia.

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