Or che da noi, signor, partendo il maggio La notte accorcia, e ne rallunga il giorno; E con ardente e fervido passaggio, Fa da i gemelli al cancro il Sol ritorno;
Or che, percosse dall'estivo raggio, Sembrano biondeggiar le biade intorno; E dove ombreggia il pino, e l'aura spira, La sparsa greggia il pastorel ritira.
Fra queste spiagge solitario i' vivo, A' noiosi pensier sottratto e tolto: Qui, con le muse mie scherzando, scrivo Or d'una bella chioma, or d'un bel volto;
E del lazio e del tosco e de l'argivo Paese i cigni ad imitar rivolto, Le lor carte trascorro, e da' migliori Colgo furtivamente or frutti or fiori.
Qui di vane speranze aura fallace Gonfiar non può l'ambiziosa mente; Qui de l'invidia, a cui virtù soggiace, Il tosco o non arriva o non si sente;
Ma in oziosa e riposata pace, Qual già ne l'aura età la prisca gente, Si passa il dì; né mai tra i fiori e l'erbe Vengono ad abitar cure superbe.
S'armi contro il suo re la Gallia altera, Colma di risse, e di tumulti pregna; Contrasti Carlo a la potenza ibera, E la natia sua libertà mantegna:
Pur che con rauco suon tromba guerriera Fra queste piagge a rimbombar non vegna, Poco o nulla a me cal s'in altra parte Trionfa morte al guerreggiar di Marte.
Nostre guerre son qui, per la foresta Mirar duo tori in bella giostra urtarsi; E ritornar con la cornuta testa Duo cozzator montoni ad incontrarsi.
Spettatrice la greggia intorno resta, Sì che de' paschi suoi sembra obbliarsi; E ne ride il pastor, che sopravviene Cantando al suon de l'incerate avene.
Deh, se la corte, e i tuoi pensier maggiori Non invidian, signor, la gloria mia; Fa ch'onorato un dì da' tuoi favori, Rustico abitator quantunque, i' sia,
Involato a' noiosi e gravi ardori De la città; né disdegnar che dia Ad ospite sì grande e sì gentile Villareccia magione albergo umile.
Qui sul meriggio, allor che più cocente Febo dal ciel suol saettar i lampi, S'ode un'aura spirar sì dolcemente, Che de l'arsa stagion mitiga i vampi;
E poiché tramontando a l'occidente Torna di Teti a gli arenosi campi, Un musico usignuol che l'aria molce, Fa del pari il vegghiar e il dormir dolce.
Qui non vedrai de' persici apparati Lussureggiar le pompe; e sopra i lini Da fuso babilonico filati, Fumar cibi stranieri e peregrini:
Non da lontano pescator cercati Novi saran per noi parti marini; Né fra liquidi odori, in aureo vaso, Le mense onorerà l'augel di Faso.
Godrai di mensa rustica e selvaggia Semplici condimenti. Avrai di fiori Sparsi i candidi lini: e de la piaggia Colti per te saranno i primi onori.
Fian preziosi cibi o lepre ch'aggia Preso il mio veltro infra i solinghi orrori, O qualche augel che per l'aerea via Fulminato da me col piombo sia.
Qui non vedrai sparse ne' frutti, a scherno, De l'ardente stagion, nevi gelate; E trionfar su per le mense il verno Disprezzator de la più calda estate:
Qui non verran di Creta o di Falerno O de l'alpestre Scio l'uve beate; Né fra capace argento i gieli alpini Agghiacceran per noi massicci vini.
Scorre con tortuosi incerti giri Non lontano da me ruscello errante, Limpido sì, ch'in lui ritratto miri, Come in terso cristallo, il tuo sembiante:
Fanno a' gelidi suoi vaghi zaffiri, Intrecciate fra loro, ombra le piante: Ei serpeggia per l'erbe; e tra le sponde, Con roco mormorio palpitan l'onde.
Qui nel più freddo e più gelato fondo Bacco per te s'attufferà. Godrai Ciò che il terren domestico e fecondo Può da le viti sue produr giammai.
Non di metallo rilucente e biondo Splendida coppa e preziosa avrai, Ma trasparente vetro, ove tu miri Or brillar i rubini, ora i zaffiri.
Vieni dunque, signor; e non t'aggravi Rozzo abitar e solitario tetto: Ch'i noiosi pensier, le cure gravi In rustica magion non han ricetto.
Ben ne la corte, e sotto a l'auree travi, Timidissimo ognor veglia il sospetto; E ne l'ampie città volando vanno La bieca invidia e il fraudolente inganno.
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