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1798–1837

LXXXVI – Testi

Giacomo Leopardi

Trita è la via che ne conduce a Stige: Noi per l'altrui vestige, E per le nostre altre verran. Bellezza, Pudicizia, virtù Morte non prezza.

Vezzosa Elena fu sì che poteo Mover de l'Asia a i danni, Sol per lei racquistar, Sparta e Micena: E pur tanta bellezza alfin cadeo;

E 'l tempo ingordo e gli anni Viva ne lascian la memoria appena. Vil polve e poca rena Son or Penelopè, Lucrezia e Laura;

E 'l grido del lor nome è un soffio d'aura. Dura necessità seco ne tragge: Ciò ch'in terra è di vago, Sasso o bronzo sia pur, l'età divora.

Chi di Rodi or mi mostra in su le spiagge La celebrata imago Del dio ch'in oriente il dì colora? Chi de la casta suora

Ne le paludi de l'efesio suolo Or m'addita il bel tempio, o un marmo solo? Nocchieri o voi, se la riviera aprica Abbandonaste e i colli

U' fuman di Vulcan gli atri camini; O se di Creta, al gran tonante amica, O di Tiro, o da i molli Regni di Citerea scioglieste i lini;

De i fortunati pini Deh raffrenate il volo in quella parte Che da l'Ionio mar l'Egeo diparte. Trascorrete con l'occhio i flutti amari;

Cercate di Nettuno E l'una e l'altra sponda: ov'è Corinto? Ove il gemino porto, e di duo mari Il commercio opportuno,

Onde il Tebro d'onor quasi fu vinto? Ei, col suo nome, estinto Ora sen giace; e 'l lido inculto e vòto Al pescator d'Acaia appena è noto.

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