Poco spazio di terra Lascian omai l'ambiziose moli A le rustiche marre, a i curvi aratri: Quasi che muover guerra
Del ciel si voglia a gli stellati poli, S'ergono mausolei, s'alzan teatri; E si locan sotterra Fin su le soglie de le morte genti
De le macchine eccelse i fondamenti. Per far di travi ignote Odorati sostegni a i tetti d'oro, Si consuman d'Arabia i boschi interi.
Di marmi omai son vote Le ligustiche vene: e i sassi loro Men belli son, perché non son stranieri: Fama han le più rimote
Rupi colà de l'Africa diserta; Perché lode maggiore il prezzo merta. Cedon gli olmi e le viti A l'edre, a i lauri; e fan selvagge frondi
A le pallide ulive indegni oltraggi: Sol cari e sol graditi Son gli ombrosi cipressi, e gl'infecondi Platani, e i mai non maritati faggi:
Da gli arenosi liti Trapiantansi i ginepri ispidi il crine; Ché le delizie ancor stan ne le spine. Il campo ove matura
Biondeggiava la messe, or tutto è pieno Di rose e gigli, di viole e mirti: La feconda pianura Si fa novo diserto; e il prato ameno
Boschi a forza produce orridi ed irti: Cangia il loco natura; E del moderno ciel tal è l'influsso, Che la sterilità diventa lusso.
Non son, non son già queste Di Romolo le leggi; e non fur tali O de' Fabrizi o de' Caton gli esempli. Ben voi fregiati aveste,
O de l'alma città numi immortali, Qual si dovea, d'oro e di gemme i templi; Ma di vil canna inteste Le case furo, onde con chiome incolte
I Consoli di Roma uscir più volte. O quanto più contento Vive lo Scita, a cui natio costume Insegna d'abitar città vaganti!
Van, col fecondo armento, Ove più fresca è l'erba e chiaro il fiume, Di liete piagge i cittadini erranti: Dan cento tende a cento
Popoli albergo: ed è delizia immensa Succhiar rustico latte a parca mensa. Noi, di barbara gente Più barbari e più folli, a giusto sdegno
La natura moviamo, il mondo e Dio: E ne l'ozio presente Istupidito è sì l'incauto ingegno Che tutto ha l'avvenir posto in obblio;
Quasi che riverente Lunge da i tetti d'or Morte passeggi, E il Ciel con noi d'eternità patteggi.
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