Scioglie dal lito ispan ligure abete, Che d'immensi tesori, Prede al mar destinate, il ventre ha carco: Come scitico stral spinto da l'arco,
Vola fra i salsi umori, Gravido i tesi lin d'aure quiete. Ecco improvviso il ciel balena e tuona; Da l'antro Eolo sprigiona
La turba impetuosa; orrida cresce L'onda, cui più d'un vento agita e mesce. Sospiroso il nocchier cala le vele, E con provvida destra
Fra le cieche procelle il timon gira: Ora l'indica pietra, ora il ciel mira. Ma null'arte maestra Giova contra il furor d'Austro crudele:
Egli de le tenaci ancore adonche Già le ritorte ha tronche: Onde al nocchier, ne l'ultimo periglio, Somministra il timor sano consiglio.
Ne le miserie sue prodigo ei fatto, Sazia del mar le voglie; Getta le merci entro le vie profonde. Sparse veggonsi allor notar per l'onde,
Le preziose spoglie, Che fin da l'India avida gente ha tratto; De gli ori intensi e de' filati argenti Fansi ludibrio i venti:
Ma il legno, che parea pur dianzi assorto, Scarco di lor, se ne ricovra in porto. Frate, so be che 'l procelloso regno Ov'ha Nettuno impero,
Solcar non vuoi con temeraria prora: Ma il mar del mondo ha i suoi perigli ancora; E non senza mistero Del provvido nocchier l'arte t'insegno.
Quel lusinghier desio, che sì t'alletta, Sgombra da l'alma; e getta Quelle speranze ingannatrici: e l'alma Ne le tempeste sue troverà calma.
Non hanno (ed a me 'l credi) altro che 'l nome Di vago e spezioso Queste che 'l mondo insan grandezze appella. Faccia amico destin, propizia stella,
Che d'ostro luminoso Ti cinga un giorno il Vatican le chiome: Nel grado eccelso, infra gli onori immensi, Guerra faranti i sensi;
Né più lieto sarai di me, che privo D'ogni splendor, fra queste selve or vivo. Pur che grandini acerbe, o nebbie oscure, De gli angusti miei campi
Scender non miri a dissipar le spiche; Pur che d'autunno, in queste piagge apriche, Vegga imbrunir a i lampi Di temperato Sol l'uve mature;
Più queto i' dormirò fra le nud'erbe, Ch'altri sotto superbe Cortine d'oro, ov'albergar non ponno Lunga stagion la sicurezza e 'l sonno.
O più de l'alma mia caro a me stesso. Tu rompi le mie paci, Tu col tuo duol turbi i miei dì sereni. Deh, lascia i sette colli, e qua ne vieni,
Qua, dove a le mordaci Cure non è di penetrar concesso. Che se 'l Ciel ti destina alte venture, In queste selve oscure
Ben trovarti saprà. Più d'Argo ei vede, E spesso innalza più chi men sel crede. Vòto il cor di speranza e di desio, Fra solinghe campagne
Il pastorello ebreo l'ore spendea: E allor ch'in oriente il dì nascea, Usciva a pascer l'agne Su la costa del monte, o lungo il rio;
Ed ei d'arpa gentile al suono intanto Dolce snodava il canto, E consacrava, in mezzo a gli antri ombrosi, Al motor de le sfere inni festosi.
Ecco re di Sionne il Ciel l'elegge In mezzo a le foreste; E di sacro liquor l'unge il profeta. O prudenza ineffabile e segreta
De la mente celeste! A le bell'opre tue chi può dar legge? Cangiar la verga in scettro in un momento, E di rettor d'armento
Farsi rettor d'eserciti e d'imperi! Così va:molto avrai se nulla speri.
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