Era nato del Sonno e de la Notte Un certo Momo, libero nel dire Tanto, che spesso con le spalle rotte Or qua or là li convenia fuggire:
Ché le parole chiamano le botte, Chi non le sa frenare e custodire: Né mai pari a costui nel mondo visse Per sollevar sedizioni e risse.
Gli Dei, perch'ogni dì ne' lor banchetti, Messi su da costui, lingua perversa, Per lo capo tiravansi i panchetti, Piatti e boccali, e 'l néttare si versa;
Lo fecero sbandir per due trombetti De la lor region lucida e tersa: Indi, lungi costui, lunga stagione Steron lassù senza mai far quistione.
Sbandito Momo, ad abitare ei prima Si mise in mare: e vi durò ben poco: Ché la lingua mordente più che lima, Anco accendeva in mezzo a l'acque il foco;
Onde mandò da l'altra parte ed ima Nettunno un suo Tritone umido e fioco, Che 'l pigiò con le pugna, e poi sul collo C' denti il prese, e fuor del mar gettollo.
Momo scaraventato, a i neri numi De l'inferno avviossi: e poiché giunge Sopra le ripe de' sulfurei fiumi, Caronte il batte, e ne lo fa star lunge.
Torna il misero escluso a i chiari lumi De l'aria; e col suo dir, che morde e punge, Non trova né capanna unqua né tetto Che ricovero a lui presti o ricetto.
Però, d'ogni città, d'ogni abitato Paese a prima giunta il maldicente Riconosciuto essendo e discacciato, Come la peste, da tutta la gente;
Ei per necessità s'è ritirato In un deserto, ove nessuno il sente, E biasimando pur sempre a bocca piena, Or con l'aria contende, or con l'arena.
In una grotta ei s'è venuto a porre, Dove sta solo, e tutto dì sbadiglia: Ché la sua compagnia ciascuno aborre, E durar non può seco la famiglia:
Durar non può, perché a le ingiurie ei corre, Senza distinzione e senza briglia; E minacciando e servidori e fanti; Chiamali il primo dì becchi e furfanti.
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