Taccia e s'acquieti il barbon di Stagira
Quando questo volume si dispiega:
E taccia il gregge che dietro si tira.
Questi il filosofar rinchiude e lega
Tra i cordovani ov'è stretto il maestro;
E quel che for rimane, esser ver nega.
Or s'io mi sento in gambe esser ben destro
A varcar quei confin, perch'al mio piede
Poni il Peripatetico capestro?
Dunque tua invidia impertinente chiede
Ch'io metta al mio intelletto le pastoie,
Né più là scorra che il tuo occhio vede?
Chi si dà quest'impacci e queste noie,
la verità non ha già per oggetto;
Ma vuol tener in prezzo quelle gioie
Che essendo false, gli fa gran dispetto
Chi arreca de le vere, e le sue smacca,
Mostrando al paragone il lor difetto.
O mente umana! e che è quel che intacca
Tua natia libertade? un sogno, un'ombra,
Un po' di fumo, ch'a nulla s'attacca.
È una opinion, che 'l volgo ingombra
Di sua scienza, e il ver seco ne porta,
E d'un più bel piacer l'alma ti sgombra.
Ardisci a non saper: quest'è la porta
Che può introdurre in te quell'aurea luce,
Che 'l vero gaudio a l'intelletto apporta.
Che se al popol visibil non traluce
Il tuo saper, non per questo s'attristi
Tuo cuor, ma segua un più costante duce.