E' si diletta di compor de i versi, E vorrebbe, se può, farsi poeta: Ha tentato fin qui studi diversi, Ma sol dentro al poetico s'acqueta:
Di vocaboli scelti e modi tersi, D'unquanchi e quinci, senza fine o meta, Ha fatto con l'ingegno pellegrino Un libro grosso com'un calepino.
Squadrena i libri, e spolvera gli antichi, E gli postilla se riescon dotti; E gli assapora, come fusser fichi, Distinguendoli in datteri e brugiotti:
Le perifrasi osserva e i casi oblichi, Gl'idiotismi, e gli entimemi addotti, Metaplasmi, sineddochi ed ellissi, E gli accenti e gli articoli e gli affissi.
Vergilio tutto ha per lo senno a mente, E come peverada Orazio inghiotte; Ovidio al suo giudizio è negligente; Persio fa poca strada, e va di notte;
Lucrezio ha de l'antico, e non si sente; Lucan tira attraverso orribil botte; È aspro Silio; e non han frasi buone Stazio e Properzio; e Plauto fa 'l buffone.
Mill'altri documenti, e mille e mille Altre osservanze egli ha notato e nota; E i comenti rivede e le postille; E gira il cervel suo come una ruota;
E per usanza sta (come l'anguille Fitte la notte e 'l dì dentro la mota) Fra gl'inchiostri sepolto e fra le carte; E sempre a la natura aggiunge l'arte.
Così dunque, signora, avete udito Chi sia 'l garzone, e quali i suoi diletti. La casa ov'abit'egli e 'l mio marito, È quella là che ne discopre i tetti.
E chi vuol fare a lui piacer gradito, Dicali in poesia vaghi concetti: Ché per un madrigale o una canzona Si faria servidor d'ogni persona.
A la vecchia gentil Venere chiede: Questo tanto desio di poetare Ch'è nel vostro figliuolo, onde procede? Natura forse ve lo dee tirare;
O forse esempio altrui, ché ciò che vede La gioventù di subito vuol fare; Ovver lo sprona, e non può stare a segno, A farsi imitator forza d'ingegno.
La vecchierella allor: signora mia, Quest'occulta cagion che voi chiedete, Come nascesse de la poesia Nel petto al mio figliuol cotanta sete,
Io, che non istudiai filosofia, Non saprei dirvi; e mi perdonerete: Ma ben vi conterò come da prima Cominciass'egli a canzonare in rima.
Quattordici anni ei non avea finiti, Che un dì me l'addocchiò mastro Tamiri, E piacquegli tra gli altri a lui graditi, Fino a spargerne lagrime e sospiri.
Con ragioni, con preghi e con inviti Mel messe in su i poetici rigiri: Ed a me disse: allegramente, o vecchia: Questo vostro figliuolo ha buona orecchia.
Vo' che noi gl'insegniamo a far de' versi, E restar vivo ancor dopo la morte. Studiato avea costui libri diversi, E facea gli Appigionasi a le porte;
Ond'io subitamente mi conversi A commettere il figlio a le sue scorte, E glielo diedi in cura, e lo pregai Che far me lo volesse un uom d'assai.
In nove giorni (o sovrumani effetti De la scienza infusa del maestro!) Componea de l'ottave e de' sonetti, Con vivezza d'ingegno agile e destro:
E non istiracchiava i suoi concetti Come quando si carica il balestro: E congiungendo l'arte al naturale, Dava speranza un dì farsi immortale.
Morì la gatta in casa nostra; ed esso La seppellì ne l'orto, appiè d'un fico, E l'epitaffio a lei quel giorno stesso Compose in manco tempo ch'io nol dico:
Ed io, che 'l vidi immantinente impresso Ne l'esposta corteccia al sole aprico, E lessi i carmi suoi; per meraviglia Restai stretta di spalle, alta di ciglia.
Me ne ricordo; e vo' che tu gli senta, Ché veramente son cosa garbata. Giace qui, tra 'l bassilico e la menta, Bella micia defunta e sotterrata.
Da Morte fu la sua bravura spenta, Perocché i topi ne l'avean pregata: Ma temon anco, al trapassar del fosso, Che, così morta, a lor non salti addosso.
Tamiri in questo mentre avea composto E distinto un poema in libri sei, Dove a rappresentante ei s'era posto La guerra de' Giganti e de gli Dei,
E 'l valor de i Giganti avea preposto, Celebrando i Fialti e i Briarei. La favola era sciocca, e gli episodi Stiracchiati e soverchi in vari modi.
Non ti maravigliar se di quest'arte Nel favellare io ti parrò maestra: Ché io ne trovai per casa alcune carte, E me le serbai ne la canestra;
E di nascosto, trattami in disparte Tra la sponda del letto e la finestra, Me la studiava, acciò non mi vedesse Il mio figliuolo, e me le ritogliesse.
La favola era doppia; e non avea Né ricognizion, né riuscite Al contrario di quel che si credea: Le parti eran difformi, e disunite:
Né util né piacer se ne traea; E così terminata era la lite, Qual abbia di lor due la precedenza; Mentre il poema suo ne riman senza.
Non si riconosceva a nessun segno Regola né precetto in quell'ordito; Che senza imitazione e senza ingegno, In nessuna sua parte era pulito.
In vece di pietà movea lo sdegno, E 'l timor di nonnulla in core ardito. Le parole eran barbare, eran dure, Dissonanti, ed incognite, ed oscure.
Sciocca l'età virile, e non curante Né di reputazion né di decoro, E la vecchia fingea sempre arrogante, Incauta, ardita, e prodiga de l'oro;
Saggia la gioventù, pigra e costante, Querula e mesta in procurar tesoro: E facea, confondendo le persone, Il servo ragionar come 'l padrone.
Disordinata era la tela, e piena Di fila inverisimili e interrotte. Descrivea fuor di tempo aura serena, E fuor d'occasion tempesta e notte;
Sterili gli orti, e fertile l'arena, Bianchi i carboni, e nere le ricotte; Menzogne, e frasche, e vanità leggiere, E cose inverisimili per vere.
Ma per non istar più su i generali, Ei cominciò così la sua canzona: Era d'agosto; e per li venti australi Venne a piover un dì fra vespro e nona;
E per le buche ov'eran fitti i pali, Nacquer Giganti di sì gran persona, Che la sera medesma eran simili A le torri più grandi, a i campanili.
Non giungevano lor fino a' ginocchi Aceri, cerri, pin, quercee castagni; E gli strappavan su, come finocchi; E in un sorso bevean paludi e stagni.
Parean cupole i nasi; e fuor de gli occhi, Spalancati, rotondi, orrendi e magni, Gran vampa uscia, come la notte fa La fiamma quand'abbrucia le città.
Come d'aglietti ovver di cipolline, Facean mazzi di monti a otto a otto; E pigliavano l'alpi e le colline Con altri poggi, e le mettean di sotto.
Ed un, che valicava ogni confine, E chiamar si facea mastro Nembrotto, Piluccava gli armenti come noi Facciam de l'uva, e s'ingollava i buoi.
Costor, che le maremme d'animali Avean disfatte in una settimana, E le pecore e' becchi, esche lor frali, Con le corna inghiottite e con la lana;
Cominciaro a gridare a gl'immortali Abitator de la magion sovrana, Sonando le piattella: o messer osti, Portate roba; e se vuol costar, costi.
Giove, che la cucina e la dispensa Avea sfornita di pane e di legna, Bada a pascer il cielo, e poco pensa A satollar quella canaglia indegna:
Onde ei per fame in su la vota mensa, Porta, gridavan; canchero ti vegna: Giove li sente, e, pur badando a' suoi, Risponde ad alta voce: or veng'a voi.
Si racchettano alquanto; ma veggendo Che nessun comparisce, e son canzone, Essi, omai comportar più non potendo, Tolgon di man la briglia a la ragione,
E muovon contra 'l cielo assalto orrendo, Tirando sassi senza discrezione: E già verso Saturno e verso Giove Per di sotto a l'insù gragnuola piove.
Gli Dei da le percosse sbigottiti, Si cominciano armar dal mezzo al basso. Zoppica Marte, e chiama chi l'aiti; Ché nel manco tallon l'ha colto un sasso.
Ebe portò racconci e ricuciti A suo signor, con frettoloso passo, Due grandi stivaloni di vitello, Opra di mastro Nardo Scarpinello.
Tiara sassi Fialte a tre a tre, A cinquanta a cinquanta Briareo; Ne portano a cataste ove non n'è, Sopra gli omeri lor Tizio e Tifeo:
Grande sfrombola sua d'intorno a se Gira e rigira il poderoso Anteo; E sì forte una volta sfrombolò, Che Saturno in un gomito arrivò.
Grida il povero vecchio: aita, aita: Mercurio a Giove carica il balestro: Sul Capricorno allor Pallade ardita Cavalca, e salatar fallo agile e destro:
Porta a Giunon l'ancella scimunita Gran quantità di rape in un canestro, Dicendo che non trova altro per fretta; E in giù la Dea raponzoli saetta.
Ercole da la mazza i ragnateli Subito leva, e volgesi a i Titani: A le bravure sue tremano i cieli, Rotola i sassi, e fa paura a i cani.
Scioglie da i capei d'or Diana i veli, Senza fante aspettar, con le sue mani; E tra le chiome sue, mentre s'allaccia L'elmo, fa de le corna una focaccia.
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