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1798–1837

LXXIII – Tassoni

Giacomo Leopardi

Armato il cavalier di tutto punto, E compartito il suolo a i combattenti, Diede il segno a la tromba, e tutti a un punto Si mossero i destrier come due venti.

Fu il cavalier roman nel petto giunto: Ma l'armi sue temprate e rilucenti Ressero; e 'l Conte a quell'incontro strano La lancia si lasciò correr per mano.

Ei fu colto da Titta a la gorgiera, Tra il confin de lo scudo e de l'elmetto, D'una percossa sì possente e fiera, Che gli fece inarcar la fronte e 'l petto.

Si schiodò la goletta, e la visiera S'aperse, e diede lampi il corsaletto: Volaro i tronchi al ciel de l'asta rotta; E perdé staffe e briglie il Conte allotta.

Caduta la visiera, il Conte mira, E vede rosseggiar la sopravvesta: E, oimè, son morto, grida; e 'l guardo gira A gli scudieri suoi con faccia mesta:

Aita, ché già 'l cor l'anima spira, Replica in voce fioca; aita presta. Accorrono a quel suon cento persone, E mezzo morto il cavano d'arcione.

Il portano a la tenda, e sopra un letto Gli cominciano l'armi e i panni a sciorre. Il chirurgo cavar gli fa l'elmetto: E il prete a confessarlo in fretta corre:

Tutti gli amici suoi morto in effetto Il tengono; e ciascun parla e discorre Che non era da porre a tal cimento Un uom privo di forza e d'ardimento.

Ma Titta, poi che l'avversario vede Per morto riportar ne le sue tende, Passeggia il campo a suon di trombe, e riede Dove la parte sua lieta l'attende.

Fastoso è sì, che di valor non cede A Marte stesso: e de l'arcion discende: E scrive, pria che disarmar la chioma, E spedisca un corriero in fretta a Roma.

Scrive ch'un cavalier d'alto valore Di quelle parti; uom tanto principale, Che forse non ve n'era altro maggiore, Né ch'a lui fosse di possanza eguale;

Avuto avea di provocarlo core, E di prender con lui pugna mortale: E ch'esso, de gli eseriti in cospetto, Gli avea passato al primo incontro il petto.

Spedì il corriero a Gaspar Salviani, Decan de l'accademia de' Mancini: Che ne desse l'avviso a i Frangipani Signor di Nemi, e a i loro amici Ursini,

E al cavalier del Pozzo, e a i due romani Famosi ingegni, il Cesi e 'l Cesarini; Ma sopra tutti al principe Borghese, E a Simon Tassi, di Pavul marchese:

Che tutti disser poi ch'egli era matto, Quando s'intese ciò ch'era seguito. Intanto avean spogliato il Conte affatto, Dal terror de la morte instupidito;

E gian cercando due chirurgi a un tratto Il colpo onde dicea d'esser ferito: Né ritrovando mai rotta la pelle, Ricominciar le risae le novelle.

Il Conte dicea lor: mirate bene; Perché la sopravvesta è insanguinata: E non dite così per darmi spene; Ché già l'anima mia sta preparata.

Venga la sopravvesta: e quella viene; Né san cosa trovar di che segnata Sia, né ch'a sangue assomigliar si possa, Eccetto un nastro o una fettuccia rossa,

Ch'allacciava da collo, e sciolta s'era, E pendea giù per fino a la cintura. Conobber tutti allor distinta e vera La feriata del Conte e la paura.

Egli accortosi alfin di che maniera S'era abbagliato, l'ha per sua ventura, E ne ringrazia Dio, levando al cielo Ambe le mani e 'l cor, con puro zelo.

E a Titta e a la moglie sua perdonando, Si scorda i falli lor sì gravi e tanti; E fa voto d'andar pellegrinando A Roma a visitar que' luoghi santi,

E dare intanto a la milizia bando, Per meglio prepararsi a nuovi vanti: Cosìil monton che cozza, si ritira, E torna poi con maggior colpo ed ira.

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