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1798–1837

LXXI – Marino

Giacomo Leopardi

Bellezza è luce, che dal sommo Sole Discende a rischiarar carcer terreno, E 'n vari raggi compartir si suole, E dove più risplende e dove meno.

Quant'hanno di leggiadro atti o parole, Tutto è mercè del suo splendor sereno; Che conforme a quel bel ch'entro si copre, Fa le sembianze esteriori e l'opre.

Gemma così, che di natie fiammelle Sfavilla, e di color vago s'inostra, Cela in sue tempre ancor lucide e belle Virtù corrispondente a quel che mostra.

Quantunque il Sol, la luna e l'altre stelle Sien chiari oggetti de la vista nostra, Fanno a gli occhi però visibil fede D'altro lume maggior che non si vede.

La corporea beltà chiaro argomento Suol dar di non men bella alma gentile, Per cento indizi dinotando e cento Di nascondere in se forma simile:

E quasi velo dilicato e lento, O qual cristallo limpido e sottile, Fa tralucer di fuor gl'interni lumi Di signorili e candidi costumi.

E siccome le ricche e nobil'arche, E le vasella d'alabastro e d'oro, Non di materia vil si tengon carche, Ma di cose pregiate e di tesoro;

E gemmati monili ed auree marche, Balsami ed ambre sol serbansi in loro; Così sotto bei membri e belle forme Chiuder non si suol mai spirto difforme.

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