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1798–1837

LXVIII – Chiabrera

Giacomo Leopardi

Deh qual mi fia concesso Stil di tanto dolore, Onde accompagni il core Ne l'alta angoscia oppresso?

O Febo, o re dell'immortal Permesso, Se v'ha musa pietosa Ch'ove morte ne fura Anima gloriosa,

Usi di lagrimar l'aspra ventura; Ella dal ciel discenda, E meco a pianger prenda. Lasci la bella luce

La bella Diva; e mesta Rechi cetra funesta: Poi che morte n'adduce A lamentar de'Colonnesi il duce;

Nobile pianta altera, Svelta da' nembi e doma Sul fior di primavera; Forte sostegno e rocca alta di Roma,

Folgoreggiata a terra Con lagrimevol guerra. O nato in lieta sorte, Di genitor felici;

Come tristi, infelici Corser tuoi giorni a morte! Fervida destra, coraggioso e forte Sangue di stirpe antica,

Sempre di schiere armate, Sempre di pugne amica; Già non dovea su la più verde etate Dura morte involarte

Senza prova di Marte. Ahi, che se a te più lente Giungean l'ore del pianto, Forse perdea suo vanto

Un dì l'empio Oriente! Ma dove il suo ferir vien più dolente, Morte colà più punge, E più gli strali ha pronti.

Così, d'Italia lunge, O bell'alba d'Italia, ora tramonti; E si vien teco a meno Tanto del suo sereno.

Cruda, barbara scola Ch'altrui biasma i sospiri, O s'altri i suoi martiri Col lagrimar consola.

A me non scenda in cor sì ria parola: Ché dolce è far querele Colà dove n'offese Dura morte crudele;

Ed è di nobil core atto cortese Dare amorosi accenti A le più chiare genti. Certo s'alma è fra noi

Del tuo morir men pia, Certo, o Fabrizio, obblia I tuoi sì chiari eroi. Ma vide in armi pria Ravenna, e poi

Vide Adice in periglio Se de la vostra gloria Per forza e per consiglio Deggia Italia tener breve memoria;

O anime reine De le virtù latine. Stan lungo d'Ambro i lidi Di Prospero gli allori,

Mille armati sudori, Mille onorati gridi: E poco dianzi in Campidoglio io vidi Nuovi titoli egregi;

E giù da' nobili archi, Scorno a' barbari regi, Prender faretre insanguinate ed archi, E mille spoglie appese

Al più gran Colonnese. Caro, giocondo giorno Quando a l'amiche voci, Quando a i bronzi feroci

Tonava il cielo intorno; E d'auree gemme e di ghirlande adorno, Su candido destriero, Trionfator romano

Traea sua pompa altero A la reggia di Pietro in Vaticano: Dolce pompa a mirarsi, E dolce ad ascoltarsi.

Allor tu pargoletto, Emulator paterno, D'alto valor eterno Tutto infiammasti il petto.

Ma morte il tuo valor prese in dispetto. Dunque a la patria riva Gente barbara e strana Non condurrai cattiva.

Oh conversa in dolor gioia romana! Oh glorie, oh nostri vanti Fatti querele e pianti!

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