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1798–1837

LXV – Chiabrera

Giacomo Leopardi

Voi del tirreno mar lunge spingete I predatori infidi; E ne' golfi sicuri De l'imperio ottoman voi gli spegnete.

L'Egeo sel sa, che d'Alessandria scerse Dianzi ululare i lidi, Quando in ceppi sì duri Poneste il piè de le gran turbe avverse,

E sotto giogo acerbo Il duce lor superbo. Oh lui ben lasso! oh lui dolente a morte! Che in region remote

Non più vedrassi intorno L'alma beltà de la gentil consorte. Ella, in pensar, piena di ghiaccio il core, Umida ambo le gote,

Alto piangeva un giorno Il tardo ritornar del suo signore: E così la nudrice Parlava a l'infelice.

Perché t'affliggi in van? l'angoscia affrena: A che tanti martiri? Deh fa ch'io tra' bei rai La cara fronte tua miri serena.

Distrugge i re Cristian, però non riede Il signor che desiri. Ma comparte oggimai Tra' suoi forti guerrier le fatte prede;

E serba a tue bellezze Le più scelte ricchezze. Così dicea: né divinava come Egli era infra catene

Là ve con spessi accenti Mandasi al ciel di Ferdinando il nome. O verdi poggi di Firenze egregia, O belle aure tirrene,

Ed o rivi lucenti; Sì caro nome a gran ragion si pregia: O lieti a gran ragione, Gli tessete corone.

Che più bramar da la bontà superna Tra sue grazie divine, Salvo che giù nel mondo Sia giustizia e pietate in chi governa?

Io non apprezzo soggiogato impero, Benché d'ampio confine, Se chi ne regge il pondo È di tesor, non di virtude, altero:

Ambizione è rea: Vero valor ci bea.

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