Skip to content
1798–1837

LXIV – Chiabrera

Giacomo Leopardi

Se de l'indegno acquisto Sorrise d'oriente il popol crudo, E 'l buon gregge di Cristo Giacque di speme e di valore ignudo;

Ecco che pur, l'empia superbia doma, Rasserenan la fronte Italia e Roma. Se alzar gli empi Giganti Un tempo al ciel l'altere corna; alfine

Di folgori sonanti Giacquer trofeo, tra incendi e tra ruine: E cadde fulminata empia Babelle Allor che più vicin mirò le stelle.

Sembrava al vasto regno Termine angusto omai l'Istro e l'arene: Nuovo Titano a sdegno Già recarsi parea palme terrene;

Posto in obblio qual disdegnoso il cielo Serbi a l'alte vendette orribil telo. Spiega di penna d'oro, Melpomene cortese, ala veloce.

E 'n suon lieto e canoro Per l'italiche ville alza la voce: Risvegli omai ne gli agghiacciati cori Il nobil canto tuo guerrieri ardori.

Alza l'umido ciglio, Alma Esperia, d'eroi madre feconda; Di Cosmo armato il figlio Mira, de l'Istro in su la gelid'onda,

Qual ne' regni de l'acque immenso scoglio, Farsi scudo al furor del tracio orgoglio. Per rio successo avverso In magnanimo cor virtù non langue.

Ma qual di sangue asperso Doppia teste e furor terribil angue, O qual de la gran madre il figlio altero, Sorge cadendo, ognor più invitto e fiero.

D'immortal fiamma ardente Fucina è là su i luminosi campi, Ch'alto sonar si sente Con paventoso tuon, fra nubi e lampi,

Qualor di bassi regni aura v'ascende Di mortal fasto, e l'ire e i fochi accende. Su l'incudi immortali Tempran l'armi al gran Dio Steropi e Bronti.

Ivi gli accesi strali Prende, e fulmina poi giganti e monti: Ivi, né certo in vano S'arma del mio signor l'invitta mano.

Quinci per terra sparse Vide Strigonia le superbe mura: Quinci ei ne l'armi apparse Qual funesto balen fra nube oscura.

Ch'alluma il mondo, indi saetta, e solve Ogni pianta, ogni torre in fumo e 'n polve. Oh qual ne' cori infidi Sorse terror quel fortunato giorno!

I paventosi gridi Bisanzio udì, non pur le valli intorno; E fin ne l'alta reggia, al suo gran nome, Del gran tiranno inorridir le chiome.

Segui: a mortal spavento Lunge non fu già mai ruina e danno. Io di nobil concento Addolcirò de' bei sudor l'affanno;

Io de la palma tua, con le sacr'onde, Cultor canoro, eternerò le fronde.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
LXIV – Chiabrera · Giacomo Leopardi · Poetry Cove