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1798–1837

LXII – Baldi

Giacomo Leopardi

La luna e 'l Sol miarsti: or volgi il guardo A' più minuti lumi, e i segni impara Che ti mostra fedel l'amica notte; La notte, in cui pietate allor si desta

Che gl'infelici naviganti scorge Fra l'onde errar dispersi, e il mesto suono Le fere il cor de'lagrimosi accenti. Se dunque osserverai ch'ella ti scopra

Il suo stellato Altar di nubi scarco Ove l'altro seren d'acquoso velo Sia ricoperto, affretta al fido porto, Mentre cede al governo ancor la vela,

Riedi; ché se nol fai, del mar, che a scherno Avesti, andrai misera preda, e 'ndarno Dirai felice e fortunato a pieno Quel cauto marinar che allor non sciolse,

Né por si volle a sì palese risco. Ma se mentre è il Centauro in mezzo al cielo, L'omero avrà di breve nube carco, E fia l'Altar, come già dissi, ardente;

D'Austro non s'abbia tema; anzi da' regni De la lucida aurora Euro s'attenda. Fie ancor d'irato ciel non dubio segno Quando le chiare stelle a poco a poco

Perdendo andranno i luminosi rai: E se quando la terra abbraccian l'ombre, Cadere altra di lor vedrassi, seco Lungo traendo e sfavillante solco,

Da fieri venti intempestivo assalto Da quella parte moverassi dove Segnò, cadendo, il lucido sentiero. Anzi il soffiar de' furiosi venti

Si commuove Nettuno, e col muggito Fa lunge rimbombar le curve sponde: Fugge dal mar, che minacciar già sembra Tempesta, l'airone; e più che puote,

Procacciando si va tranquilla parte, Per lo sereno ciel ratto volando: Veggionsi incontro al vento ir le palustri Foliche a schiera, e per l'eccelse cime

De gli altissimi monti in lungo filo Distendersi le nubi; e frondi e piume Volar per l'aere errando. Il vento acquoso Destasi allor che 'l ciel lucidi lampi

Ver gli alberghi di Borea o d'Euro o d'Ostro Subiti accende; e quando a' laghi intorno Progne veloce vola; e mormorando Le loquaci anitrelle in su le sponde

De gli stagni e de' fiumi in strana guisa Braman lavarsi, e van tuffando il capo Entro le gelid'acque. In secca arena Spazia allor la cornice, e l'onda chiede

Dal ciel con roca voce: i bassi fondi Del mar lasciando il polpo, in su le rive A le rotonde e picciolette pietre Co' suoi tenaci piè saldo s'attiene:

Le pietose alcioni in su gli scogli, Coi pargoletti lor, distesi i vanni, Del Sol godonsi i rai tepidi e chiari: Mostrano ad or ad or, guizzando, il curvo

Dorso i lievi delfin; perché presago Di tempesta il nocchiero, o fugga, o s'armi Contra il marino orgoglio. Or chi potrebbe Narrar i segni ad un ad un, che il cielo

Ne mostra pria che 'l mar si turbi? ed anco Dopo ch'egli è turbato; a fin che surga Del bramato seren ne' petti altrui Verde la speme? Di tranquillo e piano

Aver segni possiam quando le nubi Struggendo vansi a poco a poco, e chiare Scopronsi in ciel le più minute stelle: Quando la grave ed importuna nebbia

Ne le valli si posa e 'ntorno al mare Giacendosene umil, lascia serene De gli alti monti le selvose cime. Né men lucido e chiaro il tempo adduce

La figlia di Taumante, il ricco lembo D'ardenti ornata e coloriti fregi. Son altro indizio ancor di certa pace In mezzo a le tempeste orride e nere

I due figli di Leda, amiche stelle. Sì che se quanto a te mostran cortesi La luna, il Sol, le stelle, il mar e 'l cielo, Contemplerai; rare fiate incerto

Sarai di quel ch'Eolo e Giunon prepari.

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