Entrato nel tugurio, e giù deposte Le lucid'arme sue, tutto si diede A prepararsi il consueto cibo. E prima col fucil la dura selce
Spesso ripercotendo, il seme ardente De la fiamma ne trasse; e lo raccolse In arido fomento; e perché pigro Gli pareva e languente il proprio fiato
Oprò per eccitarlo; e di frondosi Nudrillo aridi rami. E quando vide Che in tutto appreso avvalorossi ed arse, Cinto d'un bianco lino, ambe le braccia
Spogliossi fino al cubito; e lavato Che dal sudore ei s'ebbe e da la polve Le dure mani entro stagnato vaso, Che terso, di splendor vincea l'argento,
Alquanto d'onda infuse, ed a la fiamma Sovra a un punto locollo ove tre piedi Di ferro sostenean di ferro un cerchio. Gittovvi poi, quando l'umor gli parve
Tepido, tanto sal, quanto a condirlo Fosse bastante: e per non stare indarno Mentre l'onda bollia, per fissa tela Fece passar, di setole contesta,
Di Cerere il tesor, che in bianca polve Ridotto avea sotto il pesante giro De la volubil pietra; indi partendo Con tagliente coltel rotonda forma
Di grasso cacio, che da' topi ingordi Ei difendea dentro fiscella appesa Al negro colmo, col forato ed aspro Ferro tirollo. E cominciando omai
L'acqua d'intorno a l'infiammato foco Del vaso a gorgogliare, a poco a poco S'adattò con la destra a spargervi entro La purgata farina, non cessando
Con la sinistra intanto a mescer sempre La farina e l'umor con saldo legno. Quando poi tutta di sudor la fronte Aspersa egli ebbe, e 'l bianco e molle corpo
Cominciò a diventar pallido e duro; Aggiunse forza a l'opra, e con la destra A la sinistra man porgendo aita, Per lo fondo del vaso il legno intorno
Fece volar con più veloci giri: Fin che vedendo omai quella mistura Nulla bisogno aver più di Vulcano, Preso un bianco taglier di bianco faggio,
Fecene sovra quel rotonda massa: E ratto corso là dov'egli avea Molti vasi disposti in lunghe schiere, Un piatto sovra tutti ampio e capace
Indi tolse, ed il terse; e con un filo Ritroncando la massa in molte parti, Il piatto ne colmò, di trito cacio Aspargendola sempre a suolo a suolo.
E per non tralasciar cosa che d'uopo Fosse per farla delicata e cara; Mentre fumava ancor, sovra v'infuse Di butirro gran copia; che dal caldo
Liquefatto, stillante, a poco a poco Penetrò tutto il penetrabil corpo. Condotta al fin quest'opra, e posto il vaso, Così caldo com'era, appresso al foco;
Provido ad altro attese. E volto il piede Là v'egli larga pietra eretta avea Sotto una grande e tortuosa vite, Che copria con le fronde un vicin fonte,
D'un panno la coperse, in guisa bianco, Che l'odor del bucato ancor serbava. Quinci il picciol vasel sovra vi pose. Ove il sal si conserva, e 'l pan, che dolce
Gli era e soave, ancor che negro e vile. Di molte erbe odorate e molti frutti Carcolla al fin: che l'orticel cortese Ognor dispensa: e da l'armario tolse
La ciotola capace, e 'l vaso antico Del vin, cui logro avea l'uso frequente Il manico rotondo, e rotto in parte Le somme labra onde il liquor si versa.
Preparato già il tutto, ed omai stanco Del lungo faticar; poi che le mani Tornato fu di nuovo a rilavarsi, Accostossi a la mensa; e tutto lieto,
Cominciò con gran gusto a scacciarlunge Da se l'ingorda fame, el'importuna Sete, spesso temprando il vin con l'onda Che dal fonte scorrea, gelida e pura.
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