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1798–1837

LV – T.Tasso

Giacomo Leopardi

Giunt'era dove il Taro al Po sen corre Il Re, cui d'aspri monti orridi sassi, O città chiusa d'alte mura, o torre O schiere armate non serraro i passi:

Quand'ei mirò dal gran Francesco opporre I Collegati a' suoi, già incauti e lassi; Che ne gli ordini lor passando avanti, Sparsi e turbati fur da' Greci erranti.

Come carca di prede armata nave, Che trscorrea del mar tranquillo il seno Quand'ebbe destra l'aura e più soave, E queta l'onda intorno, e 'l ciel sereno;

Poiché si turba, e minaccioso e grave Austro gl'innalza incontra il mar tirreno, Teme, nel prender porto, occulto scoglio, Né può sforzar de' venti il fero orgoglio;

Così parea quell'oste allor, confusa Dal suo timore e per li duci incerti. Altri di Terra ben munita e chiusa, Altri più fida in suoi guerrieri esperti:

Il magnanimo Re fuggir ricusa Il periglio e l'onor de' lochi aperti; Né vuol coll'oro aprir la dubbia strada, Ma colla sua fatale invitta spada.

Porta e riporta invano il fido araldo Minacce e vanti, e 'nvan promesse e preghi; Ch'ogni core al suo pro costante e saldo, Non avvien che si mova alquanto o pieghi.

Già scioglieva i torrenti il Sol più caldo, I quali il verno par che stringa e leghi; E 'l Taro distendea turbato e presto Il corso allor fra quel nemico e questo.

A destra il Re tenea gli eccelsi poggi, Spiegando al ciel la trionfale insegna; Ed a qualunque a lui d'incontro alloggi Già signoreggia d'alta parte e regna.

L'altro, se vuol passar, convien che poggi Su l'erte sponde: e 'l suo tardar disdegna, Né stima il dubbio letto e 'l giro obbliquo Del fiume, o 'l loco a tanta guerra iniquo.

I Padri in alta impresa e gravi e tardi, Ch'indugiando acquistar provincie e fama, Esteser fra gli Argivi e fra i Lombardi Il giusto imperio che s'onora ed ama;

Lentaro il freno a' suoi guerrier gagliardi, Ed a quella di gloria ardente brama: E parve il gran Francesco in mezzo al campo, E ne' detti e ne l'opre, acceso lampo.

Dicea: partirà dunque omai sicuro Questi che fugge Italia; anzi la porta Presa oltra l'Alpe; ove aspro giogo e duro Già le prepara, e legge iniqua e torta?

Quasi ladron notturno, al cielo oscuro, Che serrato non trovi od uscio o porta, Porterà le corone e gli aurei fregi E tante prede di spogliati regi?

E potrem noi soffrir che pur ritorni, Di là da' suoi nevosi orridi monti, Ove le sue vittorie, e i nostri scorni, E gli oltraggi d'Italia altrui racconti?

Né sarà chi 'l ritardi, o chi 'l distorni; Né chi l'assalga, o 'l fuggitivo affronti; Perch'ei salvi sue prede, e quella turba, Che poco riposando, altrui perturba?

Star non potran fra l'Alpi efra Pirene, Quai fere chiuse entro selvaggi chiostri? Ma parran turbo di volanti arene, O gran diluvio, sopra i campi nostri?

Tronchiamo al ritornar l'ardita spene; E qui ciascuno il suo valor dimostri; E l'italico onor, ch'è quasi estinto, Per voi risorga, vincitor di vinto.

Numero lor non vi spaventi, o forza Impetuosa; che poi langue e manca. Carchi di preda più che d'armi, a forza Faran qui guerra: e già lor furia è stanca;

Già di fuggir, non di pugnar, si sforza, Già presa è dal timor la gente Franca. Prendiam la Francia or ne l'Italia al varco. Col Re, che non sostiene il proprio incarco.

Passiam per questo fiume, il qual, fremendo, Da la vittoria i suoi scevra e diparte: Ch'io sono vosco al guado, e vosco ascendo: Seguiran gli altri, de la gloria a parte.

Così diss'egli: e con un suono orrendo Fiammeggiar tutti i folgori di Marte Ed in quel tempo risonar le trombe; Onde avvien che la terra e il ciel rimbombe.

Scendeano i Franchi intanto; e, 'n guisa d'ale, Stendeansi i primi a quel corrente fiume; E 'l gran Trivulzio, a cui di gloria eguale Pochi l'età famosa oppor presume,

Facea la scorta al Re, già lasso e frale, Ch'or vincea sua natura e suo costume. Ma i nostri pria varcar dal lato destro In quel guado sassoso, e quasi alpestro.

Ritardò 'l fiume il corso, e 'l novo limo Fe dubbi i passi, e le vestigia incerte. Languendo, al trapassar, vacilla il primo Sforzo, cui rapid'onda in se converte.

L'arme vibrar l'assalitor da l'imo Per le rive non più scoscese ed erte: Ma d'alto il difensor percuote a basso: Talch'è varco di morte il duro passo.

Spuma il torrente, e di sanguigno flutto Gonfio, vie più veloce al Po discende. Ma virtù soffre alfine e vince il tutto, E per contrasto avanza e più risplende;

Ed usciria di Stige al lido asciutto, E da quell'onde ch'altra fiamma accende: Onde, poggiando, alfin le rive ingombra: E 'n tre lati si pugna, e 'n mezzo a l'ombra.

Fra le piante impedito, iniquo e scarso Campo ha 'l valor de' nostri, e meno appare: Ma di lor sangue, ond'è 'l terreno sparso, Non fur quell'alme gloriose avare:

Quando Francesco a gli animosi apparso, Vento sembrò, che 'l ciel perturbi e 'l mare, E volga a forza a le contrarie sponde, Contra 'l corso primier, le nubi a l'onde.

Al primo ch'incontrò, l'invitta lancia Trapassa il petto: e poi fra gli altri fere Tanto che s'apre il passo al Re di Francia, Fra i colpi e l'armi de l'avverse schiere.

E s'a' meriti altrui giusta bilancia Ha 'l sommo Re de le celesti sfere, Quel dì, ch'ei tanto fece, e più sostenne, Corona d'alta gloria a lui convenne.

In poco spazio fe mirabil cose Incontra Carlo e 'l suo drappel gagliardo. Che dirò prima o poscia? A morte ei pose, Trafitto da sua spada il gran Bastardo;

E qual de gli altri al suo valor s'oppose, Parve a fuggir la morte e lento e tardo; E spogliata lasciò la fronte e 'l lato Di sue forti difese al Re turbato.

Voi, Muse, voi corone e rime ordite (Perché 'l mio canto a tal rimbombo è roco), Cantando voi com'ei le schiere ardite Percosse, ruppe e sparse in altro loco,

Laddove uscir da la profonda Dite Pareano i fiumi del sulfureo foco; E, giunto in mezzo a la sonora fiamma, Quell'incendio cessò, che 'l mondo infiamma.

Tolse i fulmini a Francia, e tolse a Carlo In picciol tempo i suoi guerrier più forti. Ella medesma sa ch'il vero io parlo; Benché si glorii d'onorate morti;

Che poté appena al suo valor sottrarlo: Cotanto variar venture e sorti: Francesco in gran periglio ivi si scorse, E 'nvitto cadde, e vincitor risorse.

D'atro sangue la terra ancor si tigne Là ve pugna il Trivulzio incontra l'alto Sanseverino, e 'l Fortebraccio astrigne D'altro lato e 'l travaglia in fero assalto:

Né pur le rive, tepide e sanguigne, Cangiato hanno in vermiglio il verde smalto; Ma de l'orrida strage il Taro immondo, Armi volge e cavalli, e preme al fondo.

Tema ed orrore in mezzo, e lutto e duolo, E morte intorno trionfar si mira. La vittoria tra lor con dubbio volo Sospesa pende, ed ora a' Franchi il gira,

E talor passa nel contrario stuolo; Ed a l'onor d'Italia intenta aspira; Ed a quella del mare alta regina, E più de gli altri al suo Gonzaga inclina.

Ma sin da prima la ritenne e torse Il leggier Greco, a le rapine intento; Che da la pugna a depredar trascorse Del tesoro del Re l'oro e l'argento,

E le corone di Ferrando; e 'n forse Da poi più tenne il tardo aiuto e lento: Ch'oltre le rive attese, e sol comparve; Ma de l'altrui vittoria invido parve.

Alfin da la battaglia il Re de' Franchi A più sicuri poggi i suoi ritrasse, Di ricca preda già spogliati, e stanchi; Come pur nulla incontra i nostri osasse.

L'altro, benché fortuna al valor manchi, A le sue genti assai ferite e lasse Nulla mancò; ma le raccolse insieme, E passò 'l guado a più sicura speme.

Ei piange il suo Ridolfo, e piange ancora De l'orba sua milizia i lumi estinti; E 'l Re di varie morti anco s'accora: E questi e quei sn vincitori e vinti.

E poi, sorgendo, la vermiglia aurora Non gli ritrova a l'alta impresa accinti: Ma 'n consiglio si spende il tempo dubbio; E ciascun nova tela avvolge al subbio.

Passato il terzo dì, notturno e cheto Mosse le genti il Re per l'aria bruna; E tenner quasi il suo partir secreto Gli alti silenzi de la bianca luna;

E, gemendo, cedeo senza divieto La sua vittoriosa alta fortuna. Restavan gli egri abbandonati in guerra, Né morti gli copria l'estrania terra.

Ebbero i nostri onor di tomba e d'arca, E dorati metalli, e bianchi marmi; E 'l colpode l'avara invida Parca Fu lagrimato in più sonori carmi.

Non si mostrò Venezia ingrata o parca A l'onor di Francesco, al merto, a l'armi: Corse il suo nome oltre Appennino ed Alpe, Né fur meta a la fama Abila e Calpe.

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