Ma come annoverar potrò narrando De' cari augelli le sì varie vite? L'estrane gru dentro l'adunco piede Portano 'l sasso onde si folce e libra
Tra l'aure incerte l'agitato volo, Mentre, ne' giorni nubilosi e brevi, Lascind'addietro il Termodonte o l'Ebro, Passano i larghi mari, e 'n su l'apriche
Sponde soglion vernar de l'ampio Nilo. Tal per savorra in mar, tra venti e l'onde Altre rive cercando ed altre parti, Regge 'l suo corso la spalmata nave.
Queste han di notte sentinelle e scorte, Che mentre l'altre in placida quiete Dormon sicure, van girando intorno, E le notturne insidie, e i venti e l'aure
Spian da tutte le parti, impigre e pronte: E poi, fornita quella guardia, e 'l tempo Di lor vigilia, a suon quasi di tromba Destan gli addormentati; e gli occhi al sonno
Danno per breve spazio: e 'n quella vece Altri succede al faticoso ufficio. Una precede l'altre, e quasi avanti L'alte insegne precorre: e poi si volge
Nel tempo dato; e la sua sorte, e 'l loco Che si conviene al duce, altrui concede. Dimostran molto di ragione e d'arte Le cicogne: e 'n tal guisa, al tempo istesso,
Quasi a spiegare insegne, in queste parti Vengon da più lontano ignoto clima. E le nostre cornici amica guardia Lor fanno intorno, in ampio stuol congiunte;
E son fidata scorta al lungo volo Contra la forza de' nemici augelli. Ed in quella stagione in loco alcuno Non ci appar la cornice: e poi ritorna
Tinta le piume d'onorate piaghe, E del già dato aiuto i segni mostra. Deh chi descrisse lor sì certe leggi Di sì pietoso officio? o chi minaccia
Sì grave accusa o pur sì giuste pene A chi gli ordini infermi e 'l proprio loco Per viltate abbandona in guerra o 'n campo? Quinci prendete esempio, egri mortali;
E l'uomo impari da gli augei volanti Quai de gli ospiti sian le giuste leggi: Né chiuda avaro albergator superbo Le dure porte a' peregrini erranti
A mezza notte, o lor dineghi il cibo; Se per gli estrani augelli i nostri augelli Non ricusan d'espor la vita in guerra, E de' perigli altrui si fan consorti.
Ma la pietosa Provvidenza e cara, La qual de le cicogne è vecchia mastra, Destar ben può de' figli il dolce amore Verso gli antichi loro e stanchi padri.
Quelle d'intorno al genitor languente, A cui per lunga età cadere a terra Sogliono i vanni e le minute piume, Stanno pietose; e le già afflitte membra,
E nude di pennute e lievi spoglie, Scaldano al volator lassato e grave Soavemente, colle proprie penne; E gli portano 'l cibo ond'ei si pasca.
E sollevano ancora e quinci e quindi Coll'ale il tardo veglio; e 'n questa guisa Le disusate membra a l'uso antico Già richiamando, danno aiuto al volo.
Ora prendiam lodato e caro esempio Di materna pietate; e non si doglia Di povertate o di miseria alcuno, Né de la vita sua disperi e pianga;
Mentr'ei riguarda il magistero e l'opra De la pietosa rondinella industre. La rondinella, di minuto corpo, Ma di sublime, egregio e chiaro affetto,
Povera e bisognosa, il proprio nido Ella medesma pur compone e finge, Prezioso viepiù di gemme e d'auro; Perché d'ogni tesoro è vile il pregio
Allato a quell'albergo ove s'annida La sapienza. E ben è saggia e scaltra, Mentr'ella del volar mantiene e serba La vaga libertate, e nutre e pasce
I pargoletti, ancor teneri, figli Sicuri da l'insidie e da gli assalti De gli altri augei, sotto i sublimi tetti Là dove l'uom ricovra; e per usanza
Al conversar uman così gli avvezza. E mirabile ancor l'ingegno e l'arte Ond'a se stessa le sue proprie case Fa, senz'aita d'architetto o fabro:
E le festuche pria prepara e sceglie, E le cosparge di tenace fango Per congiungerle insieme. E se co' piedi Non può in alto portar tenero limo,
L'ali d'acqua si sparge, e poi di polve Arida e leve; ond'ella fa di nuovo La fangosa materia a l'umil casa. Con questa quassi colla aggiunge insieme
Le già scelte festuche; e di lor forma Il nido a' figli. A cui se gli occhi accieca, Pungendo, alcuno; ella 'l perduto lume A' ciechi rende colla medic'arte.
L'alcione, del mar picciolo augello, Forma di palla in guisa il dolce nido, D'arido fior che 'l mare in se produce. E i pargoletti figli a mezzo il verno
Da la tenera schiude e frale scorza Ne l'arenoso lito, in cui depone De l'ova il caro suo portato peso. E questo avvien quando da fieri venti
Il mare a terra si percuote e frange; E biancheggiando, di canuta spuma Sparge le molli arene e i duri scogli. De l'alcione il desiato parto
È sopito 'l furor d'orridi venti, Son quete l'onde tempestose, e 'ntorno Sgombre le nubi, e serenato il cielo: In sì tranquillo e sì felice aspetto
De' fidi augelli a la progenie arride. E 'n sette prima di sì lieti giorni Suol covar l'uova la pennuta madre, Ne gli altri sette nutre i nati figli:
Ed a questi ed a quelli ha 'mposto il nome Da l'alcione il navigante esperto; Ed al candor di lucido sereno Da tutti gli altri gli distingue e segna.
La tortorella, dal su' amor disgiunta, Non vuol nuovo consorte e nuovo amore; Ma solitaria e mesta vita elegge In secco ramo; e 'n perturbato fonte
La sete estingue: e del marito estinto Così rinnova la memoria amara. A lui sua castità conserva e guarda, A lui di moglie ancora il caro nome:
Perché solver non può l'iniqua morte Le sante leggi di vergogna, e i patti A cui s'astrinse volontaria in prima. L'aquila in allevar la nobil prole
È viepiù d'altro disdegnosa e 'ngiusta: Ché, di tre figli, i due percuote e scaccia Con gli aspri colpi de suo' duri vanni; E 'l terzo alleva, a cui non manchi 'l cibo
Che suol rapire il predator volante. E forse altra cagion più bella e giusta, Non avarizia del nutrir la spinge; Ma severo giudicio onde riprova,
Com'a lei non convenga, indegno parto. Perché volge i suo' figli inverso 'l sole, Sospesi in aria ne l'adunco artiglio; E quel che non dechina a' raggi ardenti
La ripercossa vista e 'l debil guardo, Ma 'ntrepido nel Sol l'affisa e ferma, È scelto a prova; e gli altri aborre e sdegna, Pur, com'indegni di reale onore,
Con quel suo generoso e gran rifiuto. Ma gli scacciati entro 'l suo nido accoglie Quella che rompe l'ossa, e quinci 'l nome Prende (od aquila sia bastarda, e nata
Di genitor deforme, od altro augello); Né gli lascia perir d'orrida fame, Ma, co' suo' figli, lo nutrisce e serba. E tutti quei ch'hanno l'artiglio adunco,
Allorch'i figli timidetti il volo Tentan primiero, e spiegan l'ale appena, Con mal sicure ancora e 'ncerte penne; Gli spingon tosto dal paterno nido:
E s'alcuno al partir è tardo o lento, Coll'ali sue percosso e ripercosso Precipitando 'l caccia il fiero padre. Ma verso i figli suoi l'amore e 'l zelo
Da la cornice assai di laude è degno: Che 'n atto di pietosa e fida madre, Raffrena nel lor primo ardito volo La debil prole; e lor ministra il cibo
Lunga stagion, perché s'avanzi e cresca. Debbo ancor dir come ti svegli a l'opre Di canoro augellin l'acuta voce, Che lunge intuona, e 'l Sol richiama e desta
Il peregrin, e 'l buon cultor ne' campi, L'uno al suo faticoso aspro viaggio, L'altro a secar le già mature spiche? O dir come ne rompa il dolce sonno,
E n'inviti a vegghiar con fida guardia, Il tardo augel che già sottrasse al risco La gran città, del mondo alta regina, A lei scoprendo la notturna fraude,
E 'l Barbaro crudel, ne l'ombra occulto, Che per oscure vie saliva in alto A quel suo trionfale altero monte, Ove già sorse in maestate augusta
Alta rocca a l'imperio, a Giove il tempio?
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