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1798–1837

LII – T.Tasso

Giacomo Leopardi

Scesa dal terzo cielo, Io che son di lui regina e Dea, Cerco il mio figlio fuggitivo, Amore. Quest'ier, mentre sedea

Nel mio grembo scherzando, O fosse elezione o fosse errore, Con un suo strale aurato Mi punse il manco lato;

E poi fuggì da me ratto volando, Per non esser punito: Né so dove sia gito. Io, che madre pur sono,

E son tenera e molle, Usat'ho per trovarlo, ed uso, ogni arte. Cercai tutto il mio ciel di parte in parte, E la sfera di Marte, e l'altre rote

E correnti ed immote: Né là suso ne' cieli È luogo alcuno ov'ei s'asconda o celi. Tal ch'or tra voi discendo,

Mansueti mortali, Dove so che sovente ei fa soggiorno: Per aver da voi nova Se 'l fuggitivo mio qua giù si trova.

Ditemi: ov'è il mio figlio? Chi di voi me l'insegna, Vo' che, per guiderdone, Da queste labbra prenda

Un bacio quanto posso Condirlo più soave. Ma chi mel riconduce Dal volontario esiglio,

Altro premio n'attenda, Di cui non può maggiore Darlo la mia potenza, Se ben in don gli desse

Tutto il regno d'Amore. E per Istige i' giuro Che ferme serverò l'alte promesse. Ditemi: ov'è il mio figlio?

Ma non risponde alcun? ciascun si tace? Non l'avete veduto? Fors'egli qui tra voi Dimora sconosciuto;

E da gli omeri suoi Spiccato aver de' l'ali, E deposto gli strali, E la faretra ancor deposto e l'arco,

Onde sempre va carco, E gli altri arnesi alteri e trionfali. Ma vi darò tai segni, Che conoscere ad essi

Facilmente il potrete, Ancor che di celarsi a voi s'ingegni. Egli, benché sia vecchio E d'astuzia e d'etade,

Picciolo è sì, che ancor fanciullo sembra Al volto ed a le membra; E 'n guisa di fanciullo, Sempre instabil si move,

Né par che luogo trove in cui s'appaghi; Ed ha gioia e trastullo Di puerili scherzi: Ma il suo scherzar è pieno

Di periglio e di danno. Facilmente s'adira, Facilmente si placa: e nel suo viso Vedi quasi in un punto

E le lagrime e 'l riso. Crespe ha le chiome, e d'oro; E 'n quella guisa appunto Che Fortuna si pinge,

Ha lunghi e folti in su la fronte i crini, Ma nuda ha poi la testa A gli opposti confini. Il color del suo volto

Più che foco è vivace. Ne la fronte dimostra Una lascivia audace. Gli occhi infiammati, e pieni

D'un ingannevol riso, Volge sovente in biechi: e pur sott'occhio, Quasi di furto, mira; Né mai con dritto guardo i lumi gira.

Con lingua che dal latte Par che si discompagni, Dolcemente favella, ed i suoi detti Forma tronchi e imperfetti:

Di lusinghe e di vezzi È pieno il suo parlare; E son le voci sue sottili e chiare. Ha sempre in bocca il ghigno;

E gl'inganni e la frode Sotto quel ghigno asconde, Come tra fiori e fronde angue maligno. Questi da prima altrui,

Tutto cortese e umile A i sembianti ed al volto, Qual pover peregrino, albergo chiede Per grazia e per mercede:

Ma poi che dentro è accolto, A poco a poco insuperbisce, e fassi Oltra modo insolente. Egli sol vuol le chiavi

Tener de l'altrui core; Egli scacciarne fuore Gli antichi albergatori, e 'n quella vece Ricever nuova gente;

Ei far la Ragion serva, E dar legge a la mente. Così divien tiranno D'ospite mansueto,

E persegue ed ancide Chi gli s'oppone e chi gli fa divieto. Or ch'io v'ho dato i segni E de gli atti e del viso

E de' costumi suoi; S'egli è pur qui fra voi, Datemi, prego, del mio figlio avviso. Ma voi non rispondete.

Forse tenerlo ascoso a me volete? Volete, ah folli, ah sciocchi, Tenere ascoso Amore? Ma tosto uscirà fuore

Da la lingua e da gli occhi Per mille indizi aperti: Tal ch'io vi rendo certi Ch'avverrà quello a voi, ch'avvenir suole

A colui che nel seno Crede nasconder l'angue; Che co' gridi e col sangue alfin lo scopre.

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