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1798–1837

LA TEMPESTA

Giacomo Leopardi

Sopra l'erbetta tenera Sta un Pastorello assiso, E il gregge suo, che pascola Guarda con lieto viso.

A lui d'accanto mormora Il ruscelletto lieve, Quegli dell'acqua limpida Placidamente beve.

Quand'ecco vede sorgere Nube nel cielo oscura, Che in breve tempo ingombralo, e inspira a ognun paura.

Ella si scioglie in grandine, Che con tremendo orrore Tutto flagella il povero Campetto del Pastore.

Mugghiano tuoni orribili, Striscia nell'aere il lampo, Cadon veloci folgori, E sembra acceso il campo.

Protervi venti soffiano, Tutto è terrore, e tremito, Le fiere si rintanano, Muggisce il mar con fremito.

In fuga il Pastor misero Si pone, e la sua greggia Lascia in balìa del turbine Del cielo, che dardeggia.

Nella cappanna ascondesi Pallido, e palpitante, Ed ivi appena reggesi Sul piede vacillante.

Dai fori del tugurio Rimira l'aere oscuro, E trema, e ancor non sembragli Di star quivi sicuro.

Alfine i nembi cessano, S'accheta la tempesta: Se n'esce allora il misero Pastor con faccia mesta.

Mira spezzati gli alberi, Mira il suo gregge ucciso, Vede per sempre il giubilo Andar da se diviso.

E piange invano, e s'agita, La disperata mano Al crine, al viso squallido Spinge a far onta invano.

Tanto è la speme instabile, Che dileguar si suole Come la nebbia al turbine, Come la neve al sole.

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