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1798–1837

L'AMICIZIA.

Giacomo Leopardi

Di Febo già lo sfolgorante cocchio Fuoco spirando i celeri destrieri Al pelago traean; d'un roseo lume Tingeasi l'orizzonte, e già su l'alto

Cocchio ascendea la tenebrosa notte: Quando Damon da la cappanna uscendo Mesto, e dolente al verde, erboso prato Rivolse il passo onde sfogar l'acerba

Doglia fatal, che l'opprimea. D'intorno Al fecondo terren sorgean ramosi Arbori verdeggianti; orme stampava, Col tortuoso piè, di bianco argento

Il limpido ruscello, e tra le fronde Mormorava tranquillo il zeffiretto, La stridula cicala il rauco suono Udir facea dal verde tronco annoso,

E i pinti augelli ognor di ramo in ramo Canticchiando sen gian; flebile e mesto Piangea nel bosco il musico usignuolo, E risuonar facea del dolce canto

L'ameno campo, e l'alta selva opaca. Al margine del rio, sul prato erboso, Sotto un platano alter si stende afflitto Il dolente Pastor; puntella il capo

Con la debole destra, e in meste voci Così l'affanno, ed il dolore esprime. “Giorno fatal!... terribil giorno!... è questo Quel dì ferale, in cui profonda, e nera,

Oscura tomba... oh Dio!... l'ossa rinchiuse Del fido Tirsi: omai di sette lune Scorse il giro dacchè funesta notte A lui gli occhi ingombrò; gelida salma

Ei giacque in preda a cruda morte acerba, E il petto offrì de la tremenda falce A l'impeto fatale al colpo orrendo... Terribil colpo, che atterrò, trafisse

Un amico fedele, e seco al suolo Barbaro stese la tranquilla pace Di un misero Pastor; con lui sepolta La mia gioja sen giace, e sol compagno

M'è ne l'acerbo duolo il lutto, e il pianto. Misero amico! o più diletta parte De l'afflitto mio cuor! Dunque per sempre Giacer tu devi ne l'eterno sonno

Nè più potremo con verace affetto Darci di fido amor pegni sinceri?... Sventurato Damon!... Tirsi infelice!... Barbara morte!” e in così dir da gli occhi

Sgorgano a rivi ad irrigar le gote Lacrime di dolor: mesto, ed afflitto Ei tace, e in petto affoga il crudo affanno. Ma già la notte il tenebroso manto

D'ogn'intorno stendea, di già sul cielo Fulgidi risplendean gli astri lucenti; Al tremolante suo pallido lume L'argenteo cocchio per l'eteree vie

Cintia guidava, e l'atro velo oscuro, Che d'ogni parte ottenebrava il mondo Rompea benigna, e la riflessa immago Ne' chiari fonti contemplava, e tutta

Giacer mirava nel sopor la terra. Lieti posavan su le verdi fronde I taciti augelletti, il rugghio orrendo Udir non si facea de l'aspre belve

Che fra gli opachi, ed intricati boschi Amica tregua a le diurne cure Davan col sonno, e a la custodia intento Solo vegliava il fido can nei campi,

O del Pastore a la cappanna accanto. Di già scuotendo la stillante verga Il tacito sopore in cieco obblìo Il dolente Damon sepolto avea;

Quando ad un tratto d'ingannosa imago Adombra il sonno del Pastor la mente, Che ancor fra l'alta obblivione avvolto Solo a l'estinto, sventurato amico

Il doglioso pensier fisso, ed immoto Ognor tenea; con le suonanti penne Le luci a lui cuoprendo il sogno errante L'afflitta mente d'atre Larve ingombra.

Nel cupo de la terra, orrido seno Entrar gli sembra fra le tombe oscure De gli estinti mortali: umile il volto, Dimesso il portamento, e grave il passo

Egli s'avvanza al moribondo lume Di sepolcrali lampade dubbiose Pendenti innanzi ai tenebrosi avelli De gli avi antichi. Le marmoree tombe

Mira de' regi, che orgogliosi un giorno Steser lo scettro sopra i vasti imperi, E su d'altero soglio un dì fur visti Regnar superbi, e dettar leggi al mondo.

Tacite, e meste ai neri avelli accanto Vede l'ombre seder non più di ricca, Aurea corona cinto il nobil capo, Ma solo di funebre, atro cipresso;

Mira a lor piedi l'impotente scettro Spezzato, e infranto, quello scettro altero, Che un dì soggetto al cenno suo già vide E popoli, e città, regni, ed imperi.

Avanza il passo, e le funeree tombe Mira di quei, che con fulmineo acciaro Fecero un di tremar le avverse turme, Al di cui lampo spaventate il tergo

Volsero un giorno le atterrite schiere; Di quei, che carchi di vittrici palme In trionfal, superbo cocchio assisi Dei nemici insultaro al mesto pianto,

Ed ora appiè de' tenebrosi avelli Miran giacer gli aridi allori, e il brando Non più terror d'armate squadre ostili, E il non più forte scudo, e l'elmo, e l'asta,

E le neglette, ed atterrate insegne. Quindi le dotte, sapienti carte, E i savj dogmi a i muti avelli accanto Premere ci vede, e calpestar feroce

Il cieco obblìo con l'ingiurioso piede, E d'ogn'intorno sovra il suol disperse Spezzate cetre, che armoniose il suono Udir già fero, ed ammirar la destra,

Che l'aurate trattò musiche corde. Con ciglio attento, e rispettosa fronte Nel sacrato ricetto alfin s'innoltra De la polve dei giusti: intorno ci mira

Fra i vivi raggi di splendor lucente Le felici seder gloriose Larve Di trionfal corona il capo cinte, In man reggendo la vittrice palma:

L'oro fulgente, e le preziose gemme Premon col piè: l'inesorabil morte Fissi gli occhi sul suolo immobil guata Giacere infranta la negletta falce;

Stupida resta, e rimirar non osa De' vincitori suoi l'ombre nemiche. D'ogn'intorno volgea lo sguardo intanto L'attonito Damon, quando ad un tratto

Mira nel mezzo a le vittrici Larve Su d'alto soglio, fra le verdi fronde Di trionfale allor, fra il mirto atero Il fido Tirsi assiso; intorno ad esso

Cinta la chioma d'olezzanti fiori Vede seder de le virtudi amiche Il venerato stuol: tutto ad un tratto Ammirato si arresta, indi rompendo

Il tacito silenzio “ah vieni; esclama; Vieni al mio sen, diletto amico, alfine Rimirarti poss'io; l'estremo amplesso Da un compagno fedel ricevi” e tosto

Le braccia avidamente al collo stende: Quando ad un tratto l'ingannoso sogno Scosse le penne, e per l'eteree vie Rivolse il volo. Stupefatto, immoto,

Resta a un punto il Pastor fra gioja, e duolo, Rivolge dubitando intorno il guardo, Si confonde si arresta, e incerto alfine Fisso il pensier ne le sognate Larve

A la rural sen torna umil cappanna.

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