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1798–1837

IL BIFOLCHETTO

Giacomo Leopardi

Eunice mi schernì, mentre parlarle Dolcemente io voleva, e con rimbrotti Via mi cacciò: «lungi di qua, bifolco,» Mi disse acerbamente; «e che? presumi

Forse d'innamorarmi? o miserello, Sprezzo rustici amori, io non conosco Che vezzi di città. Nemmeno in sogno Tu mi possederai. Che rozzo sguardo,

Che villano parlar; che vili scherzi! Hai bella voce in ver, gentil favella, Morbida e delicata chioma. Che nere mani, che deformi labbra!

Certo tu l'hai malate. Oh qual d'intorno Hai tristo odor! Via via. Non ammorbarmi.» Sì disse, e si sputò tre volte in seno. Da capo a piè squadrommi, e biascicava

Intanto fra le labbra e obliquamente Volgeami l'occhio bieco. Ingalluzzossi, Fiera di sua beltade, e a denti aperti, Un riso beffator mi fe' sul volto.

Allor bollimmi il sangue. Io per la rabbia Rosso in faccia mi fei qual fresca rosa. Ella mi volse il tergo, ed io nel core Serbo atroce rancor per quella infame

Che me così leggiadro ha preso a scherno. Pastori, dite il ver, non son io bello? Che forse qualche Dio mi fece a un tratto Da quel di pria diverso? A me sul volto

Fioria beltà, com'edera sul tronco, E ornavami la barba. Eran le chiome Sparse, qual appio, alle mie tempia intorno; Bianca fronte splendea su ciglia nere;

Più di quei di Minerva erano i lumi Vivi e sereni, e più d'una giuncata Soave era la bocca, onde scorrea D'un cereo favo il ragionar più dolce.

Grato è pure il mio canto, e grato il suono che sulla canna io so, sulla sampogna, Sul piffero destar, sulla traversa. Bello mi dice, e m'ama ogni fanciulla

Della montagna. Eppur negommi amore, Perchè pastor son io, la cittadina, E mi fuggì, nè dar mi volle orecchio. Certo ella non sapea che il bel Dionisio

Pasce egli pur ne' prati una vitella, Nè che per un bifolco arse Ciprigna, E al pasco i buoi menò sui Frigi monti. Ch'Adone amò nelle foreste, e morto

Nelle foreste il pianse. Endimione Non fu bifolco anch'egli? e non amollo Cintia così bifolco, e dall'Olimpo Non discendea per lui di Latmo al bosco,

E seco non dormia? Per un bifolco Tu pur vai mesta, o Rea. Tu stesso errando Per un giovin bifolco andasti, o Giove, Sola i bifolchi amar disdegna Eunìce,

Di Venere maggior, di Cintia, e Rea. Ciprigna, or tu più non amare alcuno Nè in cittade, nè in monte, e sola omai Poi che disparve il dì, vanne al riposo.

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