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1798–1837

II

Giacomo Leopardi

O Tiberine donne, a questo sacro Tempio movete il passo, incensi or voi Di Regilla portate al simulacro. I ricchissimi Eneadi incliti Eroi

Di Cipri e Anchise figli a padri ebb'ella, E 'n Maraton gli sponsalizi suoi. Cerere antica e Cerere novella L'onoran pure, ambo celesti dive

Cui 'l simulacro de la donna bella È consecrato: e su le sante rive U'Crono impera a l'anime beate, Tra l'Eroine il suo spirito vive.

Suoi costumi 'l mertàr. Giove a pietate Si mosse del mestissimo consorte Ch'orbo talamo preme in secca etate. Trassegli 'l Fato reo due figli a morte:

E sol metà di sua progenie intera Nescia gli avanza di sua trista sorte. Non sa parva qual madre a lei la nera Lanaiuola rapì pria che volgesse

Data al filar suo dì vicino a sera. A sua doglia insaziabile concesse Giove conforto, e 'l Re che a Giove padre Simile ha 'l senno e le sembianze istesse.

Giove su l'Oceano a le leggiadre Spiagge d'Eliso trasportar facea Da un'ôra molle la formosa madre. Cesare al figlio tenerin porgea

Lo stellato calzar che rilucente Mercurio si vestì già quando Enea Trasse di mezzo a la nemica gente In buia notte. Allora il salutare

(Se vetusta comun fama non mente) Sul tallon gli splendeva orbe lunare: Onde a gli Eneadi piacque ornar di tale Nobile insegna il gemino calzare.

Nè già l'avito Ausonio fregio male Però soltanto al fanciullin s'addice Che d'Attica progenie ebbe il natale. Poi che d'Erse e Mercurio e di Cerice

Del Cecropide Erode il sangue viene: Che più gentile Acheo trovar non lice Nè più facondo pur. Lingua d'Atene Grecia tutta l'appella: ond'è che sede

Nel Senato regal primaria tiene E suo nome ha ne' Fasti. E Ganimede Troe Dardano Erittone a padri avea L'Eneade anch'ella dal leggiadro piede,

Ostie offrirle puoi tu sì come a Dea, S'a dar culto a gli Eroi pietà ti mova, Che nè mortale ell'è nè 'n ciel si bea. Stretto non se' se farlo non ti giova,

Poi nè funebri pompe ell'ha ned are, E suo tempio o sua tomba non si trova. Suo monumento che delubro pare In Atene si vede, e l'alma è gita

Colà di Radamanto a l'abitare. Qui nel Triopio borgo è stabilita L'immagin sua ch'a Faustina piace, U' spaziosi campi ebbe in sua vita

Ed oliveti e suol d'uve ferace. Nè la reina de le donne e Dea Questa sua spregerà ninfa seguace. Che nè Pallade a vile Erse tenea,

Palla occhi–orrenda nè Diana arciera La casta Ifianassa a schifo avea. Nè la madre di Cesare che impera A l'Eroine, e ne l'Elisio regno

Con Semele ed Alcmena è condottiera De le beate danze, avralla a sdegno.

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