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1798–1837

I.

Giacomo Leopardi

Non altrimenti quello alhor si mosse A riguardarmi tutto che far soglia Chi da altri è salutato e nol cognosse; Und'io compresi la sua dolce voglia

E feci noto a lui l'ardente affecto Che a te portato havea cum la mia spoglia. Il qual me disse cum audace aspecto: Io ben conobbi i tuoi, ma non m'acorsi

Che tale insegna havesser nel suo pecto, La quale in te veduta amico scorsi Essere al mondo stato del mio figlio Però sì tosto el mio guardar ti porsi,

Il qual, sentito l'aspro tuo periglio, Cum gli altri tuo' compagni, e la percossa Rimasti son cum lachrymoso ciglio. Però se a lui tornare alcuno possa,

Te fia per gratia data, o per destino, Essendo spirto nudo qui sença ossa. Te prego per colui che solo e trino El ciel governa e regge questo sito

Dove hora qui sei nuovo e peregrino; E per quel vivo segno che scolpito Porti nel pecto et per l'amor sì fido, Qual hor dimostri al mio figlio gradito,

Che tu dichiari a lui qual'è il mio nido E de quisti altri anchora e che speriamo Quando che fia salire al alto invido. Però che in su l'extremo tutto gramo

El cor fu d'ogni colpa e 'l sangue sparso Fece cum noi insieme al ciel richiamo; E dì che a' veri amici non sia scarso In dar favore e porger beneficio

E mostri al ben servire il cor tucto arso. Miri Catone e guardi il buon Fabricio E Cesar cum Metello e cum Torquato E segna d'Alexandro il degno officio.

Così facendo il spirto mio levato Serra cum magior gloria e cum letitia E lui tra gli altri al mondo più preçato E dì che di virtù la sua militia

Ornar se ingegni, e sempre liberale Dimostri il cor e vago de amicitia; Poi gli ricorda com'egli è mortale El mondo fraudolente e cauto viva

Servando fede, e tutto sia morale; Né sia la vita sua giamai nociva, Ma sol de' Bentivogli acresca il nome Che nostra casa faccia e l'alma diva.

Hor qui si tacque il spirto, e non so come Coperto alhora fui di questa vesta E datomi il parlar cum queste chiome, Et venni ad voi como alma che richesta

Sia dal suo amante e spinta dal desìo, Sentendo mia partita a voi molesta, Et quivi ho referito il stato mio Et quanto il tuo parente alhor me impose

Che in fascia te lasciò quando partìo. Le cui parole degne e fructuose Col sancto e bon consiglio al cor te lega Che l'opere tue farano ancor famose.

Così me porse lui, così te priega Quegli altri ch'eran seco de sua schiatta Che haveano per segno in fiame un'alta sega. Hor ecco homai che l'alma mia coacta

È del tornare a loro in quello eterno E dolce luoco unde 'l mio ben se tracta. Però, magior mio charo, il tuo governo Sia cum prudentia sempre e cum largheça

Che Jove te conceda il ben superno. Et a quisti char' compagni dia francheça Di lunga fede e singular sperança E tieco insieme usando gentileça.

Così parlando il sir cum desiança Se fece al spirto presso per baciarlo E per mostrar la cara sua amistanza; E stese le sue man per abraciarlo,

Ma nulla prese, ch'era una pura ombra E quel si tacque suol per contentarlo, E quindi cum licenza se disgombra.

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