Era già Phebo a rivestire il mondo Tornato col suo carro in Arïete Per cominciar di nuovo il camin tondo; Ma le caverne ascose e più secrete,
Dove se renchiude erano aperte Per conturbar del mondo ogni quïete; E già le piagge tutte esser coperte De nube se vedeano e de vapori
E l'aer menacciar dolente offerte. Per tutto se scorgevano i morti oscuri Ultra l'usato e furïosi venti Insieme combatteano alpestri e duri.
Quando raccolti in un bel cerchio attenti Vidi molti compagni star pensosi E dimostrar in vista mal contenti. Era tra lor cum acti suspirosi
Di Bentivogli il nostro semideo Che da passione i spiriti avea penosi. E repetendo insieme il caso reo D'Oppiço amico e caro suo consorte,
Che spento avea de vita un fier plebeo, Tutti piangean la sua dolente morte, Chiamando lui per nome e cum gran doglia Haveano a sdegno sì nogliosa sorte.
Non fu Patrocol certo a la gran troglia Pianto da Achille tanto quanto questo, Né ebbe il suo finir cotanto a noglia; Però che gli acti e 'l suo parlar modesto
La egregia forma e sue virtù laudate Inamorar faceano ogni cor mesto. E mentre qui zascun de sua bontate Parlando rasonava in tal maniera
E dimostrando segni de pietate, Ecco in un punto quivi in su la sera Una umbra fra costor discender lieta Vestita a bianco e nel passar legiera.
La bella compagnia si stette quieta De amiration repiena e de stupore Alhor che vider lei sì mansueta, La qual cum reverentia e degno onore
Tutta rivolta al generoso sire, Che sopra gli altri quivi era il magiore, Et humilmente qui cominciò a dire Alte parole in voce assai cortese
Cum lieta fronte e cum divoto ardire; Ogni uom tacendo e cum l'orecchie tese.
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