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1798–1837

EUROPA

Giacomo Leopardi

Già Venere ad Europa, della notte Nella terza vigilia, allor che omai Era presso il mattino, un dolce sogno Mandò, quando il sopor sulle palpebre

Più soave del mel siede, e le membra Lieve rilassa, ritenendo intanto In molle laccio avviluppati i lumi: Quando lo stuol dei veri sogni intorno

Ai tetti errando va. Nelle sue stanze Vergine ancor dormia la bella Europa. Di Fenice la figlia. In sogno vide Per sè far lite due regioni opposte.

Ambe di donne avean l'aspetto, e l'una D'Asia parea, l'altra straniera: or quella Alto sclamar s'udiva, e la fanciulla Chieder con forti grida, e dir che madre

L'era e nutrice: l'altra colle braccia Europa a sè traea robustamente, E gridava già scritto esser nei fati che la donzella a lei l'Egioco Giove

Recasse in don. Nè resisteva Europa, Ma palpitante il cor batteale in seno. A un punto si destò, balzò dal letto, Che visto aver credeva, e non sognato.

Sedeva taciturna, e benchè desta Ambe le donne ancor negli occhi avea. Alfin, poi che si scosse, e qual dei Numi, Disse, mi spedì mai questi fantasmi?

Quai sogni mi turbar, mentre tranquilla Sul mio letto dormia sì dolcemente Nelle mie quiete stanze? E quella donna Che straniera parea, che rimirommi

Come sua figlia, e con sì dolce volto M'accolse, m'abbracciò, seco mi trasse, Oh quanto ancor mi piace! e chi fia mai? Deh fate, o Numi, voi, che questo sogno

Per me si volga in ben. Così diss'ella. Quindi rizzossi, e corse tosto in traccia Delle compagne sue, dolci compagne, Tutte d'età, di nobiltà, di voglie

A lei conformi. Ella solea con queste Tutto il dì sollazzarsi, e allor che al ballo Si disponeva, e quando sulle rive S'abbellia dell'Anauro, e quando al prato

China cogliea tra l'erbe i bianchi gigli. Presto incontrolle, esse veniano, e in mano Recavan tutte un cestellin da fiori. Andaro ai prati, presso cui dal lido

Azzurra si stendea l'ampia marina: Quivi solean raccorsi , e quivi insieme Godean concordi e delle fresche rose, E del fiottar monotono dell'onda.

Seco recava Europa un cestin d'oro, Bellissimo a vedersi e di Vulcano Opra stupenda. Questi a Libia, allora Che al talamo recossi di Nettuno,

Lo scotitor della terrestre mole, In dono il diede, e Libia alla sua nuora. Alla bella il donò Telefaessa: Questa ad Europa, alla sua vergin figlia

Fatto quindi ne avea nobil presente. Con arte industre in quello erano espresse Mille cose vaghissime e lucenti. Effigiata in or vi si vedeva

Io sventurata, d'Inaco la figlia, Che priva ancor del femminil sembiante, E giovenca all'aspetto, il salso mare, Co' piè scorreva, di chi nuota in guisa.

Di ceruleo color v'erano i flutti, E v'eran due, che da un ciglion del lido Stavano insieme il mar mirando, e quella Che il mar guadava candida giovenca.

Giove in atto pietoso eravi sculto, Che mollemente colla man divina Ad Io palpava il dorso, e di vitella Dalle leggiadre corna, alfine in riva

Poi ch'era giunta al Nil di sette bocche, La ritornava in donna, e le rendeva Così le antiche sospirate forme. L'acqua del Nilo espressa era in argento,

In bronzo la giovenca, e Giove in oro. Del panierino sotto agli orli intorno Scolpito era Mercurio, e presso lui Argo giacea disteso, Argo vegghiante,

E d'occhi adorno cui mai chiuse il sonno. Dal suo purpureo sangue augel nascea, Pel color vario de' suoi vanni altero, Che come al mare in sen rapida nave,

Superbamente dispiegando l'ali, Al cestellino d'or gli orli copria. Tal d'Europa leggiadra era il paniere. Poichè scese lo stuolo ai prati ameni,

Erravan le donzelle, qual d'un fiore, Qual fea d'un altro il suo sollazzo: e queste Il narcisso cogliean che grato olezza, Quelle il giacinto, altre serpillo, ed altre

Mietean viole pallide. Frattanto In copia sparse di que' prati alunni Di primavera, spicciolate foglie Cadean sul verde suol. Givano alcune

Del croco in traccia, e ne cogliean la chioma. Ma in mezzo a tutte, come tra le Grazie La Dea cui l'onde partorir del mare, Splendea regina Europa, e delle rose

Tra le fronde sceglieva il fior vermiglio. Breve diletto! omai non più dai fiori Trarrà piacer, nè la verginea fascia Intatta serberà. Giove la vide,

E ne fu tocco, e si diè vinto al dardo De la Ciprigna Dea che sola puote Domar lo stesso onnipotente Giove. La vide, e per fuggir l'ire moleste

Della gelosa Giuno, e l'inesperta Verginella ingannar, celossi il nume Sotto mentite spoglie, e si fe' toro; Non quale ingrassa entro le stalle, o quale

Aggiogato trascina onusto carro: Ma biondo il corpo tutto, e armato il capo Di corna uguali, alla lucente faccia Simili appunto di novella luna.

Discese al prato, e non recò spavento A quello stuol di vergini che tutte Sentir desio di farglisi dappresso, E careggiar l'amabile giovenco.

Esso spargea divino odor, che i fiori Vincea perfino e l'olezzar del prato. Fermossi al piè della leggiadra Europa, E le lambiva il collo e l'adescava

Con dolci vezzi. Ella il toccava, e il dorso Cortese gli palpava, e dalla bocca Colla man gli tergea la molta spuma, E lo baciava intanto. Il bue muggiva

In così dolce tuon, che somigliava Un suono acuto di Migdonio flauto. Poi chinò le ginocchia ai piè d'Europa, Le volse il collo, e sollevando il guardo,

La rimirava, e offriale il largo dosso. Alle compagne sue di lunghe trecce Sì disse Europa allor: Qua, qua venite, Care compagne mie, poniamci insieme

Tutte a seder sul dorso a questo toro; Vedete come è buono; ei senza rischio Ci porterà come una nave: al certo Questo è diverso assai dagli altri tori,

Par ch'abbia senno, e quasi un uom somiglia, Solo gli manca in proferir parole. Disse, e ridendo, del gentil giovenco Salì sul tergo, e già l'altre donzelle

Erano per salir, ma poi che quella Ebbe il toro in poter, cui sol bramava, Balzato in piè fuggì veloce al mare. Turbossi Europa allora, e volta indietro

Con paurosa voce, barcollando, Chiamava le compagne, e verso loro Tendea le braccia; esse correan, ma invano, Chè ratto il toro, scorsa già la sponda,

Il suo cammin seguendo, entrò nel mare Come un Delfino. In dosso alle balene Le Nereidi sul mar vennero a galla, E lo stesso Nettun cupo–fremente

Sulla via rappianava il flutto inquieto, E la strada al german sull'onde apriva. I marini Tritoni a lui d'intorno Sorti dall'imo di Oceàn profondo,

Sulle conche intuonaro un nuzial canto. Ma la rapita Europa, assisa in dorso Al giovenco fuggente, all'un dei corni Con una mano s'attenea; coll'altra

In su traeva le purpuree pieghe Della sua veste, onde potesse appena L'onda attratta bagnarne un orlo estremo. L'aura spirante il sinuoso peplo

Le gonfiava sugli omeri, qual vela Ampia di nave, ond'ella gìa più lieve. Alfin dal suol natio, dal patrio tetto Lungi vistasi omai, nè più scorgendo

O terra, o punta di lontano monte, Ma solo il ciel vedendo, e solo il mare, Guatandosi d'intorno, in queste voci Proruppe la donzella: O divin toro,

Chi sei? dove mi porti? e come puoi Co' pigri piedi e gravi aprirti il calle? Non temi il mare? Alle veloci navi È facil cosa correre sull'onda,

Ma le marine vie temono i tori. E qual bevanda d'acqua dolce, e quale Avrai cibo dal mar? sei forse un Dio? E perchè fai quel che sconvien ai numi?

Non per terra i Delfini e non per mare Passeggiano i giovenchi. Eppur tu scorri Terra ed acqua del par senza bagnarti, E ti son remi l'unghie. Al cielo ancora

Drizzar forse potrai rapido il volo, E l'aere azzurro fender come augello? Misera me, che dal paterno tetto Già son lontana, e sola in mezzo al mare,

Senz'aiuto, in balia d'un toro errante, Vo navigando in così strana foggia. Ma tu, che tutto puoi sul mar canuto, Nettun, benigno Dio, dammi soccorso.

Vederti io spero andarmi innanzi, e strada Farmi sul mar, che senza un nome al certo Quest'umido sentier non vo solcando. Fa cuor, fanciulla, le ripose il toro

Dall'ampie corna, dell'instabil flutto L'ira non paventar. Giove son io, Giove che toro da vicin rassembro, Perchè posso sembrar quel che mi aggrada.

Per amor tuo sì lungo mar varcai, E vestii questa forma. Or te fra poco Creta accorrà, dove nutrito io fui. Quivi tue nozze si faranno, e tosto

Da me tu figli avrai, famosi figli, Cui scettro si darà sul mondo intero. Disse, e al suo favellar fu pari il fatto. Apparve Creta, e Giove altra sembianza

Vestì, disciolse alla donzella il cinto. L'Ore acconciaro il talamo, ed Europa Che vergine era ancor, del sommo Giove Divenne sposa, concepì, fu madre.

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