Era tranquillamente azzurro il mare; Ma sotto a quella balza un sordo e fisso Muggito fean le spumanti acque amare; Ché un fiume, cui fu dal pendio prefisso
Cieco sotterra il corso, ivi formava Co' moti opposti un vorticoso abisso. Desio di rimirar qual s'aggirava A spire il flutto, e tratto poi dal peso
Perdeasi assorto ne l'orribil cava, Me mal saggio avviò fino allo steso Dentro i profondi golfi orlo del masso, E da incauto affrettar così fui preso,
Che sul confin io sdrucciolai col passo. Dall'erta caddi, e un caprifico verde Afferrai sporto fuor del curvo sasso. Gli spirti, che il terror fuga e disperde,
Corsermi al cor, lasciando in sé smarrita L'Alma, che il ragionar stupida perde. In cotal guisa l'infelice vita Sospesa al troppo docil tronco stette
Fra certa morte e vacillante aita. Su l'onde in rotator circoli strette Fissai, ritorsi, chiusi le pupille Da un improvviso orror vinte e ristrette;
E tal ribrezzo misto a fredde stille D'atro sudor m'irrigidì le avvinte Mani al sostegno mio, che quasi aprille Fra cento vane al mio pensier dipinte
Idee, che furo in un momento accolte, E cangiate e riprese e insiem rispinte. Sconsigliato tentai co le rivolte Piante e al dirupo fitte, arcando il dorso,
Arrampicarmi a le pietrose volte; Ma il piè a toccar la roccia appena scorso Era, che il ritirai, dubbio qual fosse Peggior o il mio reo stato, o il mio soccorso;
Perché a l'arbor, che al grande urto si scosse, Temei col raddoppiar l'infausta leva Sveller affatto le radici smosse. Grida tronche da fremiti io metteva,
Che dai concavi tufi e dalle grotte Un eco spaventevol ripeteva. Già dal forzato ceppo aspre e dirotte Sul corpo mi piovean ghiaie ed arene,
E l'ime barbe già scoppiavan rotte; Già l'Alma ingombra avean larve sì piene Di morte, che pareami, anzi io sentia Le inghiottite acque entrar fin ne le vene;
Perché il vortice infranto, che salia In larghi spruzzi dai spumanti seni, Col rimbalzato mar mi ricopria.
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