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1798–1837

CXXXIX – Varano

Giacomo Leopardi

La fronte il cavo abete avea diritta Là dove il passeggier al lido ibero Su le salse di Gallia acque tragitta; E i tesi lini a un aquilon leggiero

Spiegando, qual se avesse a i fianchi le penne, Radea col volo il liquido sentiero; Quando a gonfiar l'onde improvviso venne Turbin, e il mare fra contrari venti

Per dirotta fortuna alto divenne; Sì che i nocchieri al lor periglio intenti Salir pe' gradi a l'aspre corde intesti Le agitate a raccor tele stridenti

Fra i sibili del vortice funesti, Cui resister mal puote Ercinia e Ardenna; Ma tal fe la procella impeto in questi, Che duo di lor, in men che il dito accenna,

L'ampia vela aggruppando a l'arbor carco, Divelti fur da la tremenda antenna: E come augei l'aure fendendo in arco, Dopo un languido oimè sparver assorti

De' golfi irati nel terribil varco. Notte recando e verno erravan sorti Nel tenebrato ciel nuvoli spessi, Che ricoprian di nebbia i lidi e i porti;

Ed al crescer de l'ombre i flutti stessi Parean del legno sormontar le sponde, Crescendo mole e feritade in essi. Venian pugnando insiem grandissim'onde,

Altre a proda, altre a poppa, e fean in parte Or monti erti, or voragini profonde; E ognor del male a la gonfiata parte Levavasi la nave, e al sen più basso

Avvallando rendea delusa ogni arte. Noi pel terror immoti a par d'un sasso Restammo in pria; ma la vicina morte I piè ci sciolse, ed affrettonne il passo

A librar, benché invan, col pondo forte De' corpi il lato, in cui per l'urto esterno S'ergea troppo l'abete in dubbia sorte: Ma pel gran moto ad ambo i lati alterno

Lassi cademmo, e il nostro inutil corso I tempestosi fiotti ebber a scherno. Privi di Sol, di guida e di soccorso, Stesi sul pian del legno combattuto,

Squallidi per immenso mare scorso, Piangeam col timonier, che avea perduto Fra le infinite acque e l'orror notturno Lena e consiglio, e temea smorto e muto

Gli ultimi abissi, ove un crudel volturno Trasportator spignea la poppa errante.

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