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1798–1837

CXXXIV – Roberti

Giacomo Leopardi

Quand'ecco d'improvviso ognuno innalza Del monte inver la cima attenti i lumi: Un drappello di veltri in giù si sbalza, E abbaia, e fruga, e annaspa cespi e dumi:

E veggon Diana che da un'erta balza Discende a visitare gli altri numi. Ella fa che la lite non s'estenda, Con l'alta maestade e reverenda.

La cacciatrice Diva, a la foresta Seguito il lepre timido e vigliacco, Anch'essa vuol entrare a questa festa; E a se racoglie ogni sagace bracco.

Cala il can su le zampe la sua testa, Sdraiato sul terreno il ventre stracco; Ansa dal cavo fianco, e caccia innante La sua riarsa lingua trmolante.

Essa, cui langue affaticato il piede, Gitta fra l'erba e la faretra e l'arco, E, mostrando a que' Dei le fatte prede, Appoggia a un troncon vecchio il fianco sacro.

Ogni dio le fa cerchio; ognun le crede Se dice: questa acceggia ho colta al varco: Uccise ho a un colpo sol queste due lepri, Che a un tempo uscian da' lor natii ginepri.

Sue prede eran pernici, eran fagiani, Eran gallinelle e starnoncini: Ché non segue Diana animai strani, Ma lepri, e quaglie, e miti uccelli e fini.

Veste or pensieri agevoli ed umani, Né più guerriera assal gli antri ferini: Or tordi e starne fa segno a' suoi colpi, Non cinghiali, non orsi, o lupi, o volpi.

Perché se tra noi s'amano le piume, Se or si fugge il periglio e la fatica, Par che arrida anche a i Dei sì bel costume, E sdegnin viver su la foggia antica:

E perfin Marte, quel suo duro nume, Che ogni delizia avea per sua nimica, Or di gire a la guerra ha preso in uso In aureo svimer da i cristalli chiuso.

Già la Dea lassa ver la fronte calda Sventola il lieve cappellin di paglia; La treccia slaccia, che pria stretta e salda Stea sotto un reticel di verde maglia;

Talvolta scuote al gonnellin la falda: E a la narrazion più si travaglia; Né cicala ella sol, ma con le braccia Figura i casi de la dubbia caccia.

Mentre alleggia la Dea così l'angoscia, E in lungo tragge il suo vario sermone; Palpa una ninfa a un can l'orecchia floscia, Che tremola gli casca a penzolone;

Un'altra pela ad un fagian la coscia, E sclama intenerita: almo boccone! E chi misura il becco a la beccaccia, E chi al lepre i mustacchi in su la faccia.

Pur tre prudenti Naiadi ed acute, Novel conforto a la molesta sete Volgendo in mente, non da altrui vedute, Partir de l'orto taciturne e chete:

Ne l'onde si tuffaro, e l'onde mute Chiusersi sovra i lor capi quiete: Zucchero e fraghe esse portaron seco Dentro al paterno ed agghiacciato speco.

Nuova confezion ivi formaro, Lo zucchero mescendo al succo espresso; Succo che non riman liquido e raro, Fatto da ghiaccio ancor tenace e spesso.

E poiché dentro al vetro puro e chiaro, Con rigoglioso colmo, l'ebber messo; De l'acque uscite, a Diana l'offriro; Che al sorso primo trae lungo sospiro.

Sospira di piacere e di dolcezza, E va alternando con le lodi i sorsi: Perché la verginal sua bocca avvezza Non ebbe a tal diletto a i tempi scorsi.

E la madre Pomona anch'essa apprezza De' sorbetti l'amabile comporsi, Onde ribes estiva e portogallo Vidersi incappellar poscia il cristallo.

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