Ma i pensier vostri altrove non volgete, E de la nave mia seguiamo il corso: De la nave, che, come inteso avete, Lungo spazio di mare avea trascorso;
Né però ancor le fortunate e liete Piagge, e de' monti butirrosi il dorso Scoprir poteva; e s'aggirava intanto Non vi saprei ben dir dove né quanto.
Quand'ecco Gradellin, che a la veletta Stava, inteso a spiar ogni confine, Vide da lunge biancheggiar la vetta D'alcune clementissime colline
Così coperte di ricotta schietta, Come le nostre di nevose brine; E Cuccagna, gridò, se non traveggo, Cuccagna, amici miei, Cuccagna io veggo.
Cuccagna, s'udì tosto a ripigliare Da la festosa ciurma e da' soldati; Cuccagna, rispondean gli scogli e il mare; Cuccagna, il cielo, e i venti imbalsamati
Di mille odor soavi e senza pare, Che spirando venian di tutti i lati, Non d'incenso, di mirra, ovver di costo, Ma di salami, e di bragiuole arrosto.
I passeggier, come se avesser penne, Impazienti di veder la terra, Salgono a gara le superbe antenne; Chi l'artimone, e chi il trinchetto afferra;
A le girelle alcun stretto si tenne; Gridando: a l'armi, a l'armi, guerra guerra: E in questo dir l'avventurosa armata A l'isola felice era arrivata.
Chi mi dirà le voci e le parole Convenienti a sì nobil soggetto? Chi l'ali al verso presterà, che vole Tanto, ch'arrivi a l'alto mio concetto?
Ben or si converria di bondiole Armar la pancia, e rafforzar il petto; Ché cantar deggio i colli e la campagna De la non più veduta, alma Cuccagna.
Fiumi di burro a tutte le stagioni Scorrendo vanno, e dilagando i prati; Dove nascon per erba i maccheroni, E per ghiaia ravioli maritati;
Ed anitre e pollastri, oche e capponi Di frittelle pasciutie saginati, Che penne avendo di lasagne, intorno Volano al quietissimo soggiorno.
Sorge un colle, nomato ivi Bengodi, Dove di latte una fontana spiccia: Ombra vi fan le viti in vari modi Altre erranti, altre avvinte di salsiccia;
Che mettono un salame a tutti i nodi, Ed in luogo di foglie han trippa riccia. A concimar la vigna e il colle tutto, Quivi il lardo s'adopera e lo strutto.
Le quercie che del Sol frangono il raggio, Hanno per ghiande ritondetti gnochi; I quali già tornando nel formaggio (Ch'altra sabbia non trovasi in que' lochi),
Invitano ciascuno a farne il saggio. Né v'ha mistier di guatteri e di cuochi: Perché d'un ventolino al caldo fiato, Tutto cotto ivi nasce e stagionato.
Vinto a l'odor di tali cose e tante, De la nave ciascun tosto si slancia; E a' dolci cibi che si vede innante, Troppo piccola aver duolsi la pancia.
Ciascuno brameria d'esser gigante In questa guerra, o paladin di Francia; Ciascun quanto più può distende il ventre, Acciò più torta o più polenta v'entre.
Nel butirro talun si gitta a noto, E vi s'immerge, e vi diguazza drento: Sotto le quercie alcun sdraiato e immoto Stassi aspettando il susurrar del vento,
Onde cadono i gnochi; e ad ogni moto Alza repente il naso, e abbassa il mento: Ognuno in somma lietamente obblia La noia e il mal de la passata via.
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