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1798–1837

CXXVII – Spolverini

Giacomo Leopardi

Omai negletta Del culto pastoral la nobil arte, Poco spazio o terren resta a gli armenti; E già, toltosi il più, gli ultimi avanzi

L'aratro vincitor de' paschi agogna. Ma (quel ch'ignoto esser un tempo, o strano, Solea) de' gioghi a le più eccelse cime Co' vomeri per fin s'è giunto. E dove

Con mirabil lavor Natura cinse D'altissime foreste e boschi annosi, Insuperabil siepe, i monti e l'alpi, Per difender i colti aperti piani,

E 'l difetto adempir di travi e legna; Dove mille e mill'altre erbe e radici, Di sapor, di virtù, d'aspetto varie, E di fere e d'augei popolo immenso

Ripose ed annidò, per vitto ed agio Nostro, e piacer e vestimento ed uso; L'uom solo (o sempre al proprio danno, e sempre Contro 'l vero util suo disposto e pronto

Umano ingegno!) l'uom solo, o sia Di novità piacer, o ingorda brama, O mal nato del core impeto, il vecchio Costume e 'l natural ordin sconvolto,

Non con le scuri solo, o con le faci, Via s'aprì colà su, di rischi e affanni Nulla curando, a desolarne i vasti Selvosi tratti, e i smisurati dorsi

Di cenere a coprir, con onta e atroce Ira e dolor de la gran madre Idea; Ma con la stiva inoltre, e con la grave Mole de' tardi buoi, con vanghe e zappe,

A franger glebe e sbarbicar radici, Tutta intorno a squarciar l'aprica terra, Salì tant'alto; nuova forma, nuovo Uso e lavoro ad accettar forzando

Le superate alpestri cime, e altero Altra norma lor dando ed altra legge. Di che molto crucciosa, e da dispetto Punta e da sdegno, sé vedendo e 'l sacro

Stuolo de l'alme vergini compagne, Oreadi, Amadriadi, e quant'altre Aman boschi abitar, e tender arco, Co' seguaci Silvani, e con le intere

De' selvaggi quadrupedi e volanti Disperse legioni, esser costrette Lunge dal natio regno e da le sante Proprie sedi antichissime, ricetto

Tranquillo altrove procacciar, Diana Molti preghi e sospir, molti lamenti Contro Cerere e Bacco innanzi a Giove Ch'un dì portasse, è fama, e acerbamente

Molte cose movesse. O giusto padre, Alto gridando, se non t'è men cara Di Cerere Latona; e di Saturno Se a la prole la tua pospor non ami;

Me figlia dal tuo figlio e da l'ingiusta Tua sorella difendi; e certa e salda D'or innanzi pon legge, cui non vaglia Caso o tempo a mutar. Sin che rapace

Il mio impero usurparsi, e quegli stessi Confini violar che di tua mano Por volesti qua giù sacri al mio nume, L'una e l'altro, com'or, presuma ed osi;

Tal io possa ne i loro: e come alteri Van de gli onori a me dovuti, io pure Vaglia i loro a turbar. Sì disse: e rati Fece tai preghi il genitor, l'eccelsa

Testa piegando, onde tremò l'Olimpo. E da quel dì, tolto ogni freno, dove Lor fu aperta la via, rapidamente, Sospinti da la Dea, scesero al piano

Venti, turbini e nembi, onusti i vanni Di grandini e procelle alto sonanti, Miste a folgorie tuoni (ché contrasto Non trovar più ne le recise baraccia

De gli atterrati frassini, de i vasti Divelti abeti, de i già tronchi faggi, De gli aceri, de gli orni), a versar quanti Pon volando rapir da gorghi e stagni

L'ampie nubi, e dal mar, diluvi d'acque; A inondar le campagne, a render vane De' pii cultorile speranze e l'opre; Anzi a un tempo medesmo intere balze,

E antichissime selve, e rupi, e sassi, E dure zolle giù rotando, e ghiaie, Con orribil fragor, a poco a poco I monti a trasportar nel salso fondo.

Incominciaro allor, ricchi di tante Spoglie, a gonfiarsi, e 'l molle dorso e 'l fianco Di dì in dì a sollevar, torrenti e fiumi; E predando essi ancor, superbi e insani,

Letti e freni a sdegnar, ripari e sponde. Allor del regno suo geloso e incerto Cominciò a farsi, e a paventar Nettuno: E vedendosi in seno isole estrane,

Ignote sirti, e non più viste sabbie, Col germano si dolse, e minacciante Prese ad armarsi, e farsi a tutti incontro. Tosto cessar gli antichi patti. I fiumi

Maggior, gli altri minori, e quanti mai Scendon di Nereo in grembo, a cercar pace, Ne provar le prim'ire; e a dietro spinti, Rispingendo essi ancor chi venia sopra,

Fiumi, fonti e ruscei volsero a gara, Con la medesma forza ond'eran volti. Mutò leggi natura: altro di cose Tenor successe. Già depresso l'alto,

Sollevossi l'umil: e d'anno in anno Più s'accrebbe cagion onde pesanti I prescritti confin rompesser l'acque, Giù piombando ne i pian de l'alte rive.

Dove il vomero pria, l'erpice, il rastro Colti feano i terreni, ivi novello Di remi e sarte e pescatrici barche Bisogno apparve, e si poteo, con strano

Cambio, palustri augei veder sul ramo, E nel prato guizzar squamosi armenti. Principi e regi, voi ch'avete in mano Di possanza e pietà da Dio le chiavi,

Ne togliete tai danni e tante stragi, Onde i popoli afflitti, e incolta e mesta L'arte rustica langue, ed osa a pena Di commetter al suol gli usati semi,

E le terre impiagar col ferro acuto, Sol per giusto timor che d'anno in anno A rapirli non scenda o turbo o fiume. Per voi 'l primo lavor, lo stile antico

Ripigli il buon villan. Restisi al piano Il vomero, il marron, la vanga, il rastro, Col faticoso bue; si renda al monte Il lanifero armento ed il barbuto,

A pascolar le rivestite zolle Per gli erbosi sentieri. Erga e dispieghi, Qual già un tempo, l'altier tronco e le frondi La ghiandifera quercia, il cerro, il faggio,

Il foltissimo pin, il tasso, l'olmo, Il frassino, l'abete; utile a l'aste Quello, e questo a solcar il regno ondoso. Rieda a' gioghi la selva: ad essa torni

Qualunque ha piuma o vello; e più non cali Fera o lupo a predar agnelli e capri, Ma l'insidie e 'l furor oprando in alto, Ivi del fallir suo paghin la pena.

Si ricavin da sé l'antico fondo, Dentro i loro confin ristretti, i fiumi; E scendendo, qual pria, placidi e piani, Quel di che abbondano più portino al mare.

Tutto in fine il primiero ordin riprenda: E vedrassi ben tosto, a vostra laude, A sdalvezza comun, d'erbe e di piante, D'ogni frutto miglior, di viti e grani

Rider i poggi, ed esultar le valli.

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