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1798–1837

CXXII – Manfredi

Giacomo Leopardi

Poiché scese qua giù l'anima bella Che nel sen di costei posar dovea; Incerta errando in questa parte e in quella, Niuna degna di lei alma scorgea.

Qual basso luogo è questo? e chi m'appella Qua giù dal ciel? sdegnando ella dicea: E già per ritornar, di stella in stella, Era a l'alta onde scese, eterna idea.

Pur, seguendo de' fati il gran disegno, Entrò nel vago destinato velo: Vago bensì, ma pur di lei non degno. E già lo sprezza; e già, colma di zelo,

Cerca, rotto il suo fral breve ritegno, Tutte le vie di ricondursi al cielo. Qual feroce leon che assalit'abbia Pastor malcauto, e il preme, e in fuga il caccia:

Quei d'elce o quercia a l'alte annose braccia Ricovra, e schiva del crudel la rabbia: Il qual gli è intorno, e con spumanti labbia Ruggendo il mira, e pur quel tronco abbraccia

Con l'unghie adunche, e il crolla, e pur procaccia Salirvi, e sparge invan col piè la sabbia: Così costei, che del leon d'inferno Fuggì gli artigli, ed ha ricovro amico

Su i santi rami del gran tronco eterno; L'ira non teme più del fier nemico: E lo vedrem, pien d'aspro duolo interno, Tornar ruggendo a quel suo centro antico.

Vergini, che pensose, a lenti passi, Da grande officio e pio tornar mostrate, Dipinta avendo in volto la pietate, E più ne gli occhi lagrimosi e bassi;

Dov'è colei che fra tutt'altre stassi Quasi Sol di bellezza e d'onestate? Al cui chiaro splendor l'alme ben nate Tutte scopron le vie d'onde al ciel vassi?

Rispondon quelle: ah non sperar più mai Fra noi vederla: oggi il bel lume è spento Al mondo, che per lei fu lieto assai. Su la soglia d'un chiostro ogni ornamento

Sparso, e gli ostri e le gemme al suol vedrai; E il bel crin d'oro se ne porta il vento.

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