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1798–1837

CXVIII – Fortiguerri

Giacomo Leopardi

Penso sovente che l'umana vita Ricolma ell'è di tutti quanti i mali; E niuna dolcezza è mai compita: Ma quale in guerra viva, u' dardi e strali

Vibransi ognor su la città assalita; Così piovon su i miseri mortali Da tutti i lati miserie e sciagure: Onde mirabil cosa è come dure.

La povertà ci affanna; e la ricchezza Ci fa odiosi, superbi ed ignoranti: L'amore ci riempie di tristezza; L'ira e lo sdegno ci turba i sembianti:

Un mar turbato sembra giovinezza, Pieno di rotte sarte, e legni infranti; È la vecchiezza languida e da poco; E la virilità dura pur poco.

In somma in ogni tempo o in ogni stato Non ha mai requie, e non ha mai conforto: E quegli, al parer mio, solo è beato, Che nato appena, o poco dopo, è morto.

Perché se ben c'è qualche fortunato, Il cui naviglio già si trova in porto; Pure in guardando le miserie altrui, Moveransi a pietà gli affetti sui.

Perché siccome le diverse corde D'uno instrumento, se son ben temprate, Fanno un suono dolcissimo e concorde; In cotal guisa le genti create

Convien fra loro che natura accorde. Onde non ponno l'une esser toccate, Che non rispondan l'altre. E di qua viene Che abbiam tanto dolor de le altrui pene.

Ché se non fosse questa gran catena, E si vivesse come querce o abeti, Fissi ad ognor su la paterna arena; Né cale a quei che spezzi ed inquieti

La scure l'altre piante, e non ne han pena; Così staremmo noi contenti e lieti Su le miserie di questo e di quello. Ma natura ci dié senso e cervello.

E ci diede per quello gentilezza, E per quest'altro, senno e intelligenza: Onde per l'una il male altrui s'apprezza, E fassi nostra ancor la sua doglienza;

E per altro s'accresce l'amarezza, Ché, come dice il Savio in sua sentenza, Quei che aggiunge sapere, aggiunge affanno; E men si dolgon quelli che men sanno.

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