Quei gode lieta e avventurosa sorte, Che vive in parte solitaria ed erma; Né sa che cosa sia cittade o corte; Né ora si distrugge, ora s'inferma
Per van desio di viver dopo morte; Né le sue voglie ognor stringe e rafferma A' cenni altrui; né tra speme e timore, Misero invecchia, e più miser si muore.
Quel piacer che si cerca e che si crede Che stia ne' gran palazzi e in grembo a l'oro, Tempo è che ignudo a la superna sede Rimenò de le Grazie il santo coro:
E de le spoglie sue rimase erede, Per nostro scherno, il barbaro martoro; Il qual vestito de' suoi lieti panni, Chiunque lo ritrova empie d'affanni.
Solo tra' boschi e le romite ville L'allegra del piacer dolce famiglia Alloggia; e gode l'ore sue tranquille Ed ei spesso dal cielo il cammin piglia
Verso le selve; ed or nel cor di Fille, Ora alberga di Nice in su le ciglia: Quindi ritorna a rallegrar le stelle: Né fa distinzion tra Giove e quelle.
Ond'è che in vano si lusinghi, e spere Unire a signoria vero diletto, Chi tien parte del mondo in suo potere: Ché acerbe cure egli ha a covare in petto,
E d'ogni cosa sempre ha da temere. E con ragion: perché il Fabbro perfetto Che con peso, con numero e misura Fa il tutto, in questo pose ancor gran cura.
Povero sì, ma dolce e saporito, Il cibo diede al rozzo villanello; E gli dié sonno placido e gradito, Se letto non gli diede ornato e bello:
Né per quanto sia grinzo e incanutito, V'è chi lo brami chiuso in un avello, Per dar di mano a l'oro ed a l'argento, E poter dissiparlo a suo talento.
La vecchierella a la più fredda bruma Si siede al fuoco con la sua conocchia, E le dita filando si consuma; E tien la nuora in luogo di sirocchia,
Talché lite fra lor non si costuma. Né v'ha chi scaltro ed amoroso adocchia La donna altrui: ché al villano par bella La propria, e amor per altra nol martella.
Non s'odono per quelle amene spiagge Furti, veleni, e sporchi tradimenti; Né chi, presente voi, vi palpi o piagge, E poi, lontan, vi laceri co' denti,
E vostro onore e vostra fama oltragge. Puri costumi in somma ed innocenti, Contrari affatto a la vita civile, Albergan sempre in quella gente umile.
Ma questa conoscenza più m'accora: Ché son costretto in così chiara corte A stare infin che non avvien ch'io mora. Deh perché non trovai chiuse le porte,
Roma superba, in quel punto e in quell'ora Che a te guidommi la mia trista sorte? Ché ritornato indietro allor saria, E vivrei lieto in qualche villa mia.
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