Ma perché non m'offusca sì la vista La difesa ch'io prendo de' poeti, Ch'io voglia porre in così chiara lista Subito quei che la marina Teti
Sanno nomare, e la palude trista D'Averno, e di Vulcan le industri reti; E sanno dir begli occhi, ed aureo crine, Fronte d'avorio, e labbra coralline;
Io dico chiaro che nessuna stima Ho di chi solo accozza tanto quanto Quattordici versacci con la rima. Il gran poeta non l'annaso al canto
Unicamente: ma vo' che m'imprima Un non so che di nuovo, che d'incanto Abbia sembianza; e voglio che in lui sia Una bella e divina fantasia.
Vo' che le umane e le divine cose Sappia quanto saper puote un mortale; E con le vaghe idee e luminose, Sopra l'aere più puro ei batta l'ale;
E de la terra ne le parti ascose Entri, e discorra come l'acqua sale In cima a' monti, e come perdut'abbia Il sal che avea ne la marina sabbia.
In somma, quando io dico un buon poeta, Dico una cosa rara e pellegrina, Che grazia di natura e di pianeta A nascer fra noi raro destina.
Ma non vo' già che da l'alba a compieta Diguazzi ognor ne l'onda caballina, Né che ad ognor sul menelao e Permesso Riposi, sol contento di se stesso.
Ché quasi in ogni età furo ben molti E sommi duci e sommi imperadori Che in braccio ancora de le muse accolti Bella vittoria coronò d'allori:
Anzi d'april non son sì spessi e folti Per le campagne i leggiadretti fiori, Come gli uomini illustri che di paro Trattar la penna ed il fulmineo acciaro.
E quanti fur, che, con la toga in dosso, In mezzo a i padri ne l'ampio senato, Il poetico foco da se scosso, In grazioso sermone e posato
Dier salute a la patria; ed il già mosso Periglio a' danni suoi fu dissipato!
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