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1798–1837

CXVI – Fortiguerri

Giacomo Leopardi

Ma perché non m'offusca sì la vista La difesa ch'io prendo de' poeti, Ch'io voglia porre in così chiara lista Subito quei che la marina Teti

Sanno nomare, e la palude trista D'Averno, e di Vulcan le industri reti; E sanno dir begli occhi, ed aureo crine, Fronte d'avorio, e labbra coralline;

Io dico chiaro che nessuna stima Ho di chi solo accozza tanto quanto Quattordici versacci con la rima. Il gran poeta non l'annaso al canto

Unicamente: ma vo' che m'imprima Un non so che di nuovo, che d'incanto Abbia sembianza; e voglio che in lui sia Una bella e divina fantasia.

Vo' che le umane e le divine cose Sappia quanto saper puote un mortale; E con le vaghe idee e luminose, Sopra l'aere più puro ei batta l'ale;

E de la terra ne le parti ascose Entri, e discorra come l'acqua sale In cima a' monti, e come perdut'abbia Il sal che avea ne la marina sabbia.

In somma, quando io dico un buon poeta, Dico una cosa rara e pellegrina, Che grazia di natura e di pianeta A nascer fra noi raro destina.

Ma non vo' già che da l'alba a compieta Diguazzi ognor ne l'onda caballina, Né che ad ognor sul menelao e Permesso Riposi, sol contento di se stesso.

Ché quasi in ogni età furo ben molti E sommi duci e sommi imperadori Che in braccio ancora de le muse accolti Bella vittoria coronò d'allori:

Anzi d'april non son sì spessi e folti Per le campagne i leggiadretti fiori, Come gli uomini illustri che di paro Trattar la penna ed il fulmineo acciaro.

E quanti fur, che, con la toga in dosso, In mezzo a i padri ne l'ampio senato, Il poetico foco da se scosso, In grazioso sermone e posato

Dier salute a la patria; ed il già mosso Periglio a' danni suoi fu dissipato!

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