Quando in men che non scoppiano i baleni, Il prato inaridò vento che sorse Del nevoso Aquilon da i freddi seni, E dietro al vento un calpestio trascorse;
Romoreggiando per lo pian battuto, Che là donde movea, gli occhi mi torse; E fra paura e maraviglia muto Vidi gran turba in fieri atti, e con volto
Crudo e in difformità varia sparuto. Pedestre era la turba, e di quel folto Stuolo ciascun tenea creceo dipinto D'atra immago un vessillo a l'aure sciolto,
In cui d'illustre donna, o d'eroe spinto De l'ombre a i regni bui scorgeasi scritto Il nome, e sotto quel: Da me fu vinto. Percorrea quanto è d'una selce il gitto
La feral schiera un condottier più truce, Che il sommo in essa avea scettro e diritto. A la squallida e rea faccia del duce Giunge squallor sotto palpebre immote
Lo sguardo tinto di sanguigna luce. Duo serpi sorti da l'orecchie vote Di suono striscian senza inciampo e legge, Sibilando or al collo, or su le gote.
La trista fronte elmo fasciato regge Da corona intessuta a lauri freschi Da frusti di spolpate ossa e da schegge. L'usbergo aspro è al di fuor, ed in rabeschi
Orridi rilevato, e fuso a scaglie Di rinterzati spaventevol teschi. La destra, cinta da ferrate maglie, Stringe una falce contro a belva e ad uomo,
Barbara e invitta ognor ne le battaglie, Col segno, ahi vista amara! onde fu domo L'antico padre da la colpa antica, A l'asta de la falce infisso il pomo.
L'altra man fra la ruggine s'implica Di scure briglie, ed un cavallo affrena Pallido e spregiator d'ogni fatica, Che concitato da terribil lena
Soffia, e di spume il duro morso imbianca, Scalpitando e spargendo alto l'arena.
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